mercoledì, agosto 16, 2006

Parmalat: storia di un crollo annunciato

Intervista al Prof. Marco Vitale, economista d'impresa
[25 mar 2004]

Parmalat: storia di un crollo annunciato

L'intreccio politico e finanziario che ha portato al collasso Marco Vitale, economista d'impresa e docente universitario, è fondatore e presidente della Vitale-Novello, società di consulenza di alta direzione, e presidente di AIFI, l’Associazione italiana degli investitori istituzionali nel capitale di rischio. Ricopre incarichi nei consigli di amministrazione di importanti società, è editorialista e autore di numerosi scritti e membro del Movimento federalista europeo, del Comitato direttivo della Fondazione Olivetti e Vice Presidente del Centro internazionale Studi Sturzo. Prof. Vitale, può aiutarci a ricostruire la storia di Parmalat? Quella di Parmalat, soprattutto negli ultimi anni, non è fondamentalmente una storia criminale. E’ la storia di un’impresa nata nel 1962, fondata da un giovane che allora aveva 23-24 anni, con una intuizione imprenditoriale corretta, con una forte determinazione e che ha avuto una sua prima fase di sviluppo sano. Basti pensare che nel 1973 il fatturato era salito a 20 miliardi di lire, diventati 550 nel 1983. A questo punto si innesta da parte di Calisto Tanzi un’ambizione errata, che va al di là del successo aziendale: l’ambizione di contare, di essere importante, di influenzare lo sviluppo del settore in cui opera. È in questo periodo che Tanzi si lega con politici importanti che guardano a questo imprenditore emergente con interesse, come fanno sempre i politici con chi gestisce tanti soldi. Qual era il quadro politico dell’epoca? Siamo nella fase in cui la politica italiana è dominata dal socialista Bettino Craxi e da un mondo cattolico emergente che ha come punto di riferimento il giovane Ciriaco De Mita, controbilanciamento di Craxi, alla ricerca di appoggi industriali. Questo connubio, legittimo e comprensibilissimo, porta Tanzi a sviluppare una grande ambizione, e a cercare un’espansione sconsiderata, su basi finanziarie estremamente fragili. Il latte è un prodotto dal basso margine e col latte puoi fare certe cose e non altre. Tanzi, essendo consapevole di questo, in quel periodo si lancia in una grande politica di sponsorizzazioni, altra innovazione nel settore. Mai nessun produttore di commodity si era impegnato con queste grandi campagne che coinvolgono nomi dello sport come Ingemar Stenmark, Gustav Thoeni, Nelson Piquet, Niki Lauda. Nel contempo cerca quindi di costruire un marchio, e in gran parte ci riesce. Poi individua filoni di sviluppo nuovi, non solo quello del latte. In particolare lo yogurt, i succhi di frutta (compra la Santàl), le merendine (acquista Mr.Day). Queste acquisizioni vengono fatti tutti a debito, perché è un imprenditore che piace, che dà affidamento, ma soprattutto perchè è amico di De Mita, di Giulio Andreotti, dei grandi banchieri cattolici (da Ferdinando Ventriglia del Banco di Napoli a Gianni Zandano del S.Paolo, a Piero Barucci del Monte Paschi), che allora dominano il sistema bancario e sono molto legati al potere economico. Quale fu il punto di svolta? Una prima crisi si verificò già nel 1987-88. Allora la situazione della Parmalat era nota a tutti, anche ai grandi concorrenti. Infatti è in quegli anni che l'olandese Kraft offre di rilevare tutto per una cifra tra i 700 e gli 800 miliardi di lire. Da un punto di vista puramente economico e finanziario, quella era una soluzione fantastica per Tanzi: avrebbe risolto i suoi guai, l’impresa si sarebbe consolidata, ne sarebbe uscito con 700 miliardi di lire con cui potersi cimentare in altre attività. Però lui non volle perché, perdendo Parmalat, avrebbe perso il proprio obiettivo imprenditoriale, il potere, l’immagine di un imprenditore forte, emergente, importante. Quindi venne malconsigliato dagli amici politici che lo incitarono a mantenersi autonomo, assicurandogli appoggi finanziari (il loro interesse è chiaro: con Kraft non avrebbero potuto continuare ad andare a Roma in aereo). Tanzi quindi restò. E con lui lo squilibrio finanziario della sua azienda. A quel punto si verificò un’operazione molto ambigua che fa capo ad una piccola finanziaria toscana, di un tale Giuseppe Gennari, che godeva dell'appoggio del governatore del Monte Paschi, Carlo Zini, e di Lo Bianco, presidente della Federconsorzi, all’epoca un ente di grande peso. Seguendo un primo binario, Gennari si introdusse con molta forza in Parmalat, fino a contando talmente tanto che Tanzi sembrava messo da parte. La sua forza era l’importante dote finanziaria fornita dal Monte dei Paschi di Siena. Su un secondo fronte c’era un progetto denominato “Aquila”, studiato sempre da Federconsorzi e Montepaschi, per creare un polo di imprese agroalimentari e di banche particolarmente attente al mondo agricolo. La capofila era la Banca Nazionale dell’Agricoltura, posseduta al 13% da Federconsorzi, proprietaria di una serie di aziende importanti, per lo meno di nome, come la Polenghi Lombardo. Parmalat era un soggetto ideale per diventare perno di questo disegno. Come mai questa iniziativa non ebbe successo? Questo disegno venne spazzato via dall’implosione di Federconsorzi che, sulla base di un mismanagement lungo decenni, sempre nascosto attraverso il potere e la finanza bancaria, causò una crisi irreversibile che condusse allo scioglimento del gruppo. Nel contempo il potente governatore del Mps dovette fronteggiare problemi di natura giudiziaria, e fu costretto a lasciare la banca. I salvatori dovevano essere salvati: Tanzi era di nuovo nei guai, molto seriamente. In quel periodo io ero presidente di una merchant bank. Ci fu chiesto di intervenire. Io vidi il dossier su Parmalat. Ci rifiutammo di entrare per due motivi: secondo noi lo sviluppo finanziario era talmente grande da non poter più essere curato con metodi normali. Le persone con cui ci eravamo incontrati trasmettevano un senso di oscurità, di ambiguità, di non trasparenza. Avevamo la sensazione che le cifre fossero truccate. In me e nel consigliere delegato della merchant bank, Giorgio Cirla, sorse un grande sentimento di diffidenza. E credo che questo non fosse solo una questione personale. Infatti Tonna nelle sue deposizioni, che la manipolazione dei dati iniziò proprio in quegli anni, a cavallo tra il 1988 e il 1989. Già allora chi voleva, poteva capire. Si decise di portare Parmalat in Borsa, come soluzione di tutti i problemi, un’idea molto pericolosa: andare in Borsa quando un'azienda ha problemi. A quel punto entrò un banchiere d’affari, Gianmario Roveraro, all’epoca presidente della Banca Akros, da lui stesso fondata. Roveraro era ed è una persona di grande capacità, competenza e correttezza. Egli, mostrando quella pazienza che noi non avevamo avuto e senza farsi spaventare dagli atteggiamenti di oscurità, costruì pazientemente uno schema di salvataggio, accompagnò la società in Borsa, riuscì a convincere a tagliare dei rami secchi e a ricercare un equilibrio interno più serio. Restò per un paio d’anni anche nel consiglio d’amministrazione per vigilare che questa linea di nuova serietà venisse preservata. Cosa avvenne in seguito? La presenza di Roveraro si diluì e l’azienda venne risucchiata. Tanzi perseguì di nuovo una linea d’espansione dissennata, tornando a puntare tutto sul debito, sull'appoggio dei banchieri, sugli amici della politica. Nel frattempo, la Sme decise di privatizzare le sue aziende alimentari, che comprendevano Cirio, Bertolli ed altri marchi noti. Si scatenò una corsa alla loro acquisizione e apparve Sergio Cragnotti, appena uscito da un’avventura con Raul Gardini in Enimont. Con questi soldi fondò la Cragnotti & Partners, trovò l'appoggio di banche e gruppi finanziari importanti, ed acquisì queste aziende del settore alimentare. Il suo grande referente era Cesare Geronzi, consigliere delegato del Banco di Roma. E’ sotto la sua regia che Cragnotti acquistò Cirio, la Centrale del Latte di Roma, ottima azienda, e altre realtà imprenditoriali. Sempre sotto la sua regia si incontrarono per la prima volta Cragnotti e Tanzi, che sotto la guida di questo spericolato banchiere, cominciò ad accumulare sempre maggiori debiti. Da notare che Geronzi era creditore della Federconsorzi, partner della Cragnotti e Partners, creditore della Cirio: un intreccio di interessi che impedisce di agire con la necessaria oggettività, lucidità e imparzialità. E’ qui che ci sono gli sbagli e le omissioni della Banca d’Italia, non dopo. A cosa si riferisce? I veri errori della Banca d'Italia si verificano a questo punto della vicenda: aver permesso la crescita di questi nodi di conflitti d’interesse e di poteri strampalati, come per esempio essere banchiere ed essere anche partner della Cragnotti & Partners. Cragnotti acquistò la Cirio per 26 miliardi con una base d’asta di 106 miliardi e dopo alcuni anni Tanzi, per permettere a Cragnotti di rientrare verso un’esposizione che aveva soprattutto verso Banco di Roma, venne convinto e finanziato - oggi dice «forzato» - ad acquistare il polo del latte fresco che faceva capo alla Cirio, composto da Polenghi Lombardo, dalla centrale del latte di Roma e da qualche altra cosa. Un polo che Tanzi comprò ad un prezzo altissimo, sotto la regia di Geronzi, per oltre 700 miliardi. Sempre sotto la regia di Geronzi, Tanzi venne forzato - io dico guidato - ad acquistare le acque minerali di Giuseppe Ciarrapico, perchè anche lui doveva rientrare dai suoi debiti. Questa non è attività da banchieri: è la filosofia delle tre tavolette. Questo comportamento spinse Tanzi nel cosiddetto “schema Ponzi”: pagare i debiti contraendo altri debiti, ogni volta con interessi crescenti, restando intrappolati in una spirale perversa. Questo è lo schema mortale in cui Parmalat è rimasta intrappolata. Qual è il ruolo delle banche in tutto questo? Per istituti bancari di livello internazionale come Citicorp, Deutsche Bank, Jp Morgan, Parmalat era attraente perché pagava commissioni mostruose. Quando le banche non gli davano più credito si offrivano emissioni obbligazionarie nei posti più disparati del mondo. Questa è stata l’impiccagione finale di Tanzi. Queste banche hanno una responsabilità altissima: l’accusa è quella di non aver fatto seriamente il loro mestiere di banchieri. Basti un esempio: nel solo 1998, Parmalat ha acquisito la bellezza di 15 aziende all’estero. Acquisire un’azienda richiede lunghi tempi di adattamento delle organizzazioni, degli uomini, delle procedure. Figuriamoci quindici! La prova che le banche conoscevano l'entità del dissesto di Parmalat è che tutta l’industria dei fondi italiani, che è un’industria sana, aveva investito in azioni e obbligazioni Parmalat, la più grande azienda alimentare italiana, soltanto lo 0,11% del proprio patrimonio. Questo dato è già di per sé un giudizio negativo. Un ulteriore riprova è che Assogestioni è l’unico organismo che ha scritto una lettera a Tanzi, sottolineando la necessità di una maggior trasparenza nella contabilità e nelle procedure, data la quotazione in Borsa. Le banche hanno cercato di giustificarsi in qualche modo. La loro difesa è credibile? Arroccarsi dietro la posizione della Banca d'Italia, dell'Abi, e delle principali banche italiane è una colossale falsità che impedisce al sistema di migliorare. Oggi le banca operano in modo troppo meccanico: si bada alla cassa senza andar troppo per il sottile nell'analisi dei bilanci. L’unica parziale autocritica è stata mossa da Corrado Passera di Banca Intesa che ha ammesso che il sitema bancario poteva fare molto di più. E’ impossibile che un gruppo di queste dimensioni facesse un botto del genere senza che si sapesse. La verità è che tutti mangiavano su Tanzi: i banchieri, i politici, la città di Parma. Quella di Parmalat è la storia di un collasso annunciato. E’ dall’89 che il destino dell'azienda era segnato. Il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio ha detto: «Noi non siamo responsabili delle scelte delle singole banche. La nostra responsabilità è controllare che il sistema sia solido». Ha ragione. Ma la Banca d’Italia è responsabile della solidità del sistema, un valore che su difende innanzitutto attraverso la tutela della fiducia del risparmiatore. Se un governatore non interviene in un’operazione come quella Parmalat non fa il suo dovere. In questo momento il totale dei rimborsi che le aziende fanno in Italia è maggiore del totale delle emissioni. Vuol dire che il sistema economico italiano è fermo e senza linfa. Il crack Parmalat può essere spiegato anche con la natura prettamente familiare del capitalismo italiano? Anche nel capitalismo familiare ci sono imprese serie e professionali. Enron per esempio non era di natura familiare eppure è stato un disastro. Con Parmalat siamo andati anche oltre: Wall street si è unita alla fantasia italiana. Quali sono stati gli altri protagonisti del caso Parmalat a cui si sente di imputare delle responsabilità? Le banche d’investimento hanno avuto condotte discutibilissime. Con un conflitto d’interessi enorme. Il problema del sistema di revisione è che le società non hanno la forza di imporsi a un potere, quello della società da cui dipendono. L’errore della Deloitte & Touche è stato quello di aver accettato l’incarico per la certificazione di un bilancio, in cui vi erano parti che erano fuori dalla sua conoscenza. Quali interventi propone per superare la crisi delle società di revisione? Innanzitutto, una società di revisione deve fare revisione e basta. Oggi fanno mille cose sotto mille casacche diverse. Un tempo c’era la consulenza contabile: era un’attività comprensibile. Oggi le società di revisione fanno marketing, consulenza per la costituzione di società, consulenza fiscale. Secondo, è necessaria una rotazione negli incarichi tra le società, una rotazione effettiva, che vada quindi dai 3 ai 9 anni e non dai 9 ai 15 come si propone. In terzo luogo, è necessario immaginare una nuova forma di governance: la maggioranza del consiglio deve essere composta da persone esterne al management, per esempio di nomina Consob. In più, le società di revisione hanno assunto un potere troppo grosso nel definire i principi contabili. Per questo penso che sia necessario un Accounting board che si faccia carico di definirli in maniera indipendente. E infine, è necessario stabilire un tetto al numero di aziende clienti di una stessa società di revisione, in modo da favorire la crescita di altri soggetti in un settore dove operano solo quattro grandi gruppi.

DA ALPI AGLI APPALTI .....

A dieci anni dall'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene nominata la solita commissione parlamentare d'inchiesta, guidata da Carlo Taormina, che subito chiede la riesumazione dei cadaveri. Passiamo ai raggi x l'incredibile scenario di affari - su cui la giornalista del Tg3 indagava - tra i generosi fondi per la cooperazione e i traffici di armi e, soprattutto, di rifiuti. E scopriamo due verbalizzazioni al vetriolo. Che conducono ad una delle più potenti holding internazionali - ma d'origine tutta italiana - nel settore dell'energia. Con un amico che si chiamava Siad Barre. Ed un socio che oggi é targato Enel.

DI ANDREA CINQUEGRANI RITA PENNAROLA

19 marzo 1994. A Mogadiscio vengono uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. 20 gennaio 2004. In Parlamento viene costituita una commissione bicamerale d'inchiesta sulla morte dei due giornalisti del TG3, presieduta dall'avvocato e deputato di Forza Italia Carlo Taormina. Pochi giorni fa, il 2 marzo, viene decisa la riesumazione dei cadaveri. "Si tratta di un'iniziativa personale di Taormina", commenta il vice presidente della neo commissione, Raffaello De Brasi dei Ds. "L'ufficio di presidenza - precisa poi una nota della commissione - ha deciso un'altra cosa: di affidare all'istituto di medicina legale dell'Università Cattolica e ad un autorevole esperto balistico una "perizia delle perizie", perché in tutti i gradi del processo abbiamo assistito ad un balletto contraddittorio delle perizie". Dopo dieci anni di indagini a vuoto, di proclami e solenni dichiarazioni d'intenti, mancava solo la commissione, il solito cimitero delle verità. Ed ecco la magica 'superperizia' balistica (ballistica?): quasi che un millimetro in più o in meno possa svelare il mistero. E pensare che già un'altra commissione bicamerale - quella "sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse", presieduta da un altro forzista, il campano Paolo Russo - aveva puntato i riflettori sul caso Alpi. Nell'ultima seduta del 2 febbraio scorso, proprio Russo precisava: "la commissione sta svolgendo un'indagine volta ad approfondire taluni specifici profili inerenti alla vicenda, cui sarebbero connessi aspetti, di competenza della Commissione medesima, che riguarderebbero l'acquisizione di informazioni relative a presunti traffici illeciti di rifiuti radioattivi". Una Commissione, dunque, era già al lavoro, seguendo una traccia ben precisa: quella del traffico dei rifiuti. Ora, punto e a capo. La commissione Russo aveva deciso di occuparsi del caso Alpi parecchi mesi fa, nella riunione del 7 maggio 2003. Ma già tre anni prima, per fare un solo esempio, la pista-rifiuti era già ben visibile, come emerge dall'intervista del colonnello Carlini rilasciata a Famiglia Cristiana. "Ho incontrato tre volte Ilaria Alpi - dichiara Carlini - la prima risale all'estate del 1993, sotto il gazebo dell'ex ambasciata. Lei, a un certo punto, mi chiese se avevo mai sentito strane voci riguardo a traffici d'armi e rifiuti tossici. "Forse tu guardi troppi film" le dissi". E il giornalista: "Lei sta rivelando un particolare importante. Finora l'unica testimone che riferisce di un interesse della Alpi per i traffici parla di un colloquio avvenuto molto più tardi, il 15 marzo 1994, quattro giorni prima della sua uccisione. Le fece domande anche sulla cooperazione?" "No. Di cooperazione non mi parlò - risponde Carlini - insistette sui rifiuti, che antepose addirittura al traffico d'armi. "E se sotto ci fosse un traffico di rifiuti tossici?", disse. Le chiesi se stava scherzando".

DAVIDE CONTRO TECHINT
Cooperazione, armi, rifiuti.

La storia della presenza italiana nella Somalia dell'amico Siad Barre, fra un tintinnar di miliardi pubblici che vanno ad ingrossare le tasche di imprenditori, affaristi, faccendieri, politici, alla faccia dello sbandierato 'aiuto', anche in quel caso più che mai 'umanitario'. Chi sa molto di cooperazione & affari è Davide Cafiero, un dirigente del gruppo Techint (fra i più attivi sul fronte dei lavori in Somalia) a Mogadiscio. Un bel giorno, nel 1987, Cafiero viene licenziato, "perché mi rifiutavo - dichiarerà poi in tribunale - di firmare false attestazioni di avanzamento dei lavori necessarie per conseguire indebiti pagamenti dal ministero degli Affari esteri". Per chiudere la querelle, Techint versa a Cafiero 55 milioni. La vicenda, però, viene raccontata dal giornalista Massimo Alberizzi, inviato del Corsera. La società passa al contrattacco, querela Alberizzi, il quale, nel corso dell'udienza processuale rincara la dose e fornisce una serie di particolari agli sbigottiti magistrati. "A Mogadiscio sostengono che quanto dichiarato da Cafiero era la prassi", esordisce, e passa subito a raccontare una storia 'ai confini della realtà'. "Per quanto riguarda la realizzazione dei pozzi - verbalizza - la vicenda parte alla metà degli anni '80, quando il Fondo aiuti italiani affida alla Techint il compito di ingegneria e direzione dei lavori per la realizzazione di opere da 22 miliardi di lire. La Techint ottiene questa concessione dal Fai e non può per legge appaltare i lavori a una sua società controllata. In accordo con il suo socio d'affari Ottavio Pisante, la Techint affida i lavori con contratto stipulato il 9 luglio 1986 all'Aquater spa del gruppo Eni, con intesa che quest'ultima avrebbe subappaltato il 50 per cento dei lavori alla Ecologia spa. Il cui azionista di riferimento era Marcellino Gavio, sotto inchiesta per le tangenti Itinera, insieme a Gabriele Cagliari, poi presidente dell'Eni (morto 'suicida' in carcere nei mesi di Tangentopoli, ndr), tramite la Fimo".

L'AUTOAPPALTO
Continua la minuziosa testimonianza di Alberizzi davanti ai giudici. "Il 16 settembre 1986 Aquater e la società Ecologia stipularono un accordo in cui si conviene che a quest'ultima viene assegnato il 50 per cento della commessa globale. Quello con Ecologia è solo un contratto-paravento perché viene formalizzato un atto di associazione in partecipazione in cui si sottoscrive che, pur restando Ecologia formalmente titolare del contratto, in sostanza è l'Emit a gestire tutto, e che per tale attività riceverà il 75 per cento degli utili netti. Emit però appartiene al 100 per cento al gruppo Acqua, il cui presidente è Ottavio Pisante, arrestato per le tangenti sulle discariche e a sua volta legato alla Techint. Il gioco è fatto. La Techint, che ha ottenuto la commessa del Fai, di fatto si autoappalta la metà dei lavori. I giudici di Monza, Dolci e Mapelli, trovano false fatture per coprire cespiti secondo uno schema noto, quello di aumentare i costi per creare un fondo occulto. Durante questo periodo di lavoro il figlio di Siad Barre, generale Masla Mohamed Siad, accusato più volte di girare il mondo in cerca di armi, viene in Italia, dove è ospite di Ottavio Pisante".E conclude: "Ha ragione il padre di Ilaria, Giorgio Alpi, quando dice che la figlia stava indagando sulle malefatte della Cooperazione italiana in Somalia, sui traffici di armi e sulle connivenze dei servizi segreti, o almeno parte di essi, con strani personaggi in cerca di affari poco puliti nel Corno d'Africa e ipotizza che qualcosa di estraneo alla semplice rapina potrebbe essere alla base dell'omicidio". Alberizzi, infine, precisa "che nel 1987 la Techint vede al timone Gianfelice Rocca e Paolo Scaroni, cugino del deputato psi Margherita Boniver". E oggi presidente del colosso Enel.
LA TORRE DEI PISANTE
Ma andiamo a scoprire chi è l'uomo a un passo da Barre, Ottavio Pisante, che con il fratello Giuseppe è riuscito a mettere le mani - creando una sorta di monopolio - sul più grosso business del presente e, ovviamente, del futuro: le acque. Con un occhio attento all'energia. Vediamo.Il suo nome sale alla ribalta delle cronache giudiziarie ai primi scoppi di Mani pulite, per l'affaire di Manfregonia (come titolò la Voce a marzo 1992), la commessa da 78 miliardi per il primo lotto relativo alla realizzazione - appaltata dal consorzio Asi - dei nastri trasportatori nello scalo pugliese, e aggiudicata alla Emit. C'è odore di mazzette, la procura di Foggia apre un fascicolo che, dopo tre anni di indagini, porta ad una sfilza di richieste di rinvio a giudizio per parecchi politici della prima repubblica, fra cui il psi Rino Formica, il dc Paolo Cirino Pomicino e lo psdi Antonio Cariglia. Per la prossima primavera è attesa la sentenza di primo grado: il pm, Maria Libera Rinaldi, ha chiesto 6 anni e mezzo per Formica, 7 anni per gli ex deputati Franco Di Giuseppe, Domenico Romano e Aldo Ciaravella, 7 anni e mezzo per l'ex onorevole del garofano Franco Borgia; richieste di assoluzione, invece, per Cariglia e di stralcio per Pomicino (motivi di salute). Altri 7 anni, poi, sono stati chiesti per il notaio Dino Giuliani, una sorta di eminenza grigia nella vicenda. Che si colora di giallo. Tre testi-chiave, che in un primo momento verbalizzano contro i politici coinvolti, poi ritrattano. "Siamo stati costretti dalle minacce dei magistrati", dichiarano. Ecco scattare, a inizio '95, un'inchiesta a carico degli inquirenti, Roccantonio D'Amelio e Massimo Lucianetti, secondo il consueto copione "chi osa indagare troppo in alto, viene a sua volta indagato", o se preferite, "se qualcuno punta l'indice per accusare, prima o poi si indaga sull'indice". Il cuore di D'Amelio non regge: pochi mesi dopo, a giugno '95, viene stroncato da un infarto. Su richiesta del gip Oronzo Ferini, viene rinviato a giudizio Lucianetti per induzione alla calunnia, abuso e falso. Lo stesso Ferini, però, è costretto ad astenersi dal processo, perché è a sua volta indagato dal Csm per collusioni "con un personaggio in odore di Sacra Corona Unita" (ciò gli varrà una sanzione disciplinare e il trasferimento d'ufficio). Alla fine del rocambolesco iter processuale, nel '99 il tribunale di Lecce assolve Lucianetti "perché il fatto non sussiste" e a sua volta rinvia a giudizio i tre testi cambia-versione per calunnia ai danni dello stesso pm. Storie di ordinaria 'giustizia'Š
TANGENTI ROSA
Torniamo ai Pisante. Trasversali al punto giusto, i fratelli Ottavio e Giuseppe riescono infatti a coltivare proficui rapporti sia sul versante del biancofiore che del garofano, dove la stella polare è quella di Gianni De Michelis, compagno di banco dello stesso Giuseppe. Risale esattamente a dieci anni fa la gustosa vicenda delle "tangenti in minigonna" - così veniva battezzata la storia alla procura di Milano -, ovvero quattro ragazze dalle misure giuste ("una veneziana del '61", "una fidata bolognese del '49" e "due sventole napoletane del '60 e del '63", secondo il passaparola in procura) a libro paga Emit degli amici Pisante, per la modica cifra di 145 milioni di lire. Un canale, evidentemente, apre l'altro, e così crescono a dismisura le fortune del gruppo Acqua, sempre più strategico nel nostro paese. E non solo, sulle orme di 'consorella' Techint, cui apriva le porte dei mercati esteri - soprattutto sudamericani - un pezzo da novanta (e della P2, poi espulso dallo stesso Licio Gelli "perché si allargava troppo, soprattutto in Argentina") come Giancarlo Elia Valori, in rampa di lancio a inizio anni ottanta alla napoletana Sme, poi una carriera razzo lungo le Autostrade, infine deus ex machina degli industriali romani. Ma potevano, gli ubiqui Pisante, non assicurarsi ulteriori coperture a sinistra? Scrive Marco Travaglio nella sua 'enciclopedia' su Mani pulite: "Il gruppo Acqua di cui faceva parte l'Emit dei Pisante era inserito nella cerchia delle imprese amiche dei politici e come tale da privilegiarsi. Si era assicurato anche l'assenso del Pci, soddisfacendo le esigenze delle cooperative sponsorizzate da Zorzoli, associandole nel suo raggruppamento". Travaglio si riferisce al maxi appalto per la denitrificazione dei laghi Fusine e Tavazzano, dove il consigliere 'rosso' dell'Enel, Zorzoli, favorisce l'appalto Emit a condizione che l'impresa dei Pisante a sua volta subappalti alle coop. "Nessuna discussione in Consiglio - prosegue Travaglio - e gli impianti di Fusine e Tavazzano furono assegnati alla cordata Emit che associava Elettrogeneral (legata alle coop, ndr), una piccola società che in questo modo si vide aggiudicare appalti che superavano quasi dieci volte il valore del suo fatturato annuo". Miracoli del libero mercato. Per quell'appalto - va ricordato - il tribunale di Milano condannò il cassiere delle tangenti rosse, Primo Greganti, a 3 anni e 7 mesi ("poi ridotti in appello a tre anni - precisa Travaglio - con un patteggiamento definitivo che incorpora anche l'altra condanna riportata a Milano per la tangente Fiat del Po-Sangone") e Zorzoli a 4 anni e 8 mesi, poi ridotti a 4 anni e 3 mesi in appello.Non solo Manfredonia nel pedigree tangentizio dei Pisante. Dall'appalto per il teleriscaldamento a Pavia (destinatario-confesso delle mazzette Giancarlo Magenta), ai lavori per la discarica a Vieste (400 milioni da dividere tra faccendieri, politici e progettisti), fino a quelli per il metrò a Roma (800 milioni per un lotto da 7 miliardi) - per citarne solo alcuni - è un vero e proprio tourbillon di cartepillar, ruspe & scarichi miliardari. Fino al business casereccio di San Severo di Puglia, dove un comitato di cittadini è letteralmente insorto contro l'installazione di una centrale termoelettrica previsto in contrada Ratino: affidata - guarda caso - alla Techint, su un suolo - guarda caso - di proprietà della famiglia Pisante.
DA SAN GIORGIO AGLI USA
E non solo inchieste giudiziarie o sussulti popolari, ad arricchire il curriculum della dinasty pugliese. Ma anche, qualche anno fa, i riflettori della stessa commissione parlamentare sui rifiuti, allora presieduta dal verde Massimo Scalia. Un dettagliatissimo rapporto del 29 marzo 2000 - fitto di sigle, intrecci, incroci, appalti e connection più che pericolose - vede sotto i riflettori proprio le molteplici società che fanno capo ai Pisante. Con un partner d'eccezione: i Colucci, una famiglia partita da San Giorgio a Cremano vent'anni fa - con la celebre privatizzazione della N.U. a Napoli voluta nel '90 dal psi Antonio Cigliano - e oggi vera e propria multinazionale della munnezza. Fino a toccare gli States e nientemeno che l'affare EnronŠNei vorticosi giri societari, fanno capolino altri gruppi in odore di spazzatura, come la famiglia La Marca da Ottaviano, che con la sua discarica Di.fra.bi. di Pianura, alla periferia di Napoli, per anni ha fatto il bello e cattivo tempo sul delicato e turbolento settore dei rifiuti. Cerchiamo di esaminare alcuni tasselli dell'intricatissimo mosaico.Nel paragrafo del dossier parlamentare intitolato Il gruppo Colucci-Pisante, ecco due sigle, Nuova SPRA Ambiente spa, incorporata nella Emas Ambiente (ex Colucci Appalti), sede a Napoli, capitale - viene sottolineato nel rapporto - da 1 miliardo interamente detenuto dalla Ercole Marelli Servizi Ambientali (del gruppo Emit, ndr). La stessa Emas Ambiente "ha un capitale sociale di 3 miliardi interamente controllato dalla Ercole Marelli". Ad amministrarla dal '97 é tale Angelo Rubicondo, il cui nome compare anche negli organigrammi di vertice di grosse sigle come Eniacqua Campania spa, SIBA (Società Italo Britannica dell'Acqua spa) e Latina Ambiente. "L'onnipresente Ercole Marelli - viene sottolineato nel dossier - ha a sua volta il controllo totale delle quote, oltre che di Nuova Spra Ambiente, Emas Ambiente, anche di Copafi, Sogefi e Proteia: in quest'ultima, ad esempio, la carica di presidente del cda è passata, nel '97, da Ottavio Pisante a Francesco Colucci (col fratello Nicola al timone della dinasty sangiorgese, ndr)". Altra palestra per il collaudato team è ad esempio CO.GE.S., costituita nel '91 a Napoli con un capitale fifty fifty tra le due famiglie. E ancor più la spa Fineco, dove si ritrovano sotto lo stesso ombrello Giuseppe Pisante, Itinera, e la Società Generale dei Colucci (a sua volta azionista della Ercole Marelli). Fino ad arrivare alle relazioni con gruppi altisonanti. Da Eni, a Fiat, a Falck, fino al colosso multinazionale Waste Management, tra i primi 'munnezzari' creativi del mondo. La società milanese ETR, per cominciare, fa capo per il 90 per cento alla Falck spa e per il 10 per cento alla Emit. Waste Management Italia, dal canto suo, controlla una miriade di sigle che operano nel maleodorante settore (Emica srl, Ecoservizi spa, Pitef srl, Piacenza Ambiente, Ecopi srl, Ira srl, Gestioni Ambientali srl, Ecocamuna spa, Serecol srl, Nuova Ecoedizioni srl, Gsa scrl, Ecocentro spa, Consorzio Argo, Ve-Part srl, etc). Un vero e proprio 'cartello' - denunciava già nel 2000 la commissione Scalia - "un sistema che presenta elementi rilevanti di distorsione del mercato", in un "settore senza regole", con imprese che "agiscono su un doppio binario, quello della legalità e quello dell'imprenditoria deviata", con "diversi gruppi imprenditoriali al tempo stesso concorrenti e partner" (viene emblematicamente citato il caso Emit-Falck), "società con un capitale da centinaia di milioni (quando non miliardi) controllate da società con il minimo capitale sociale previsto dalla legge", spesso "scatole cinesi", oppure "società svizzero o lussemburghesi". Il tutto, con l'immancabile ingrediente delle "infiltrazioni della criminalità organizzata". Insomma, proprio un bell'ambienteŠIl tandem Colucci-Pisante, un mix campano pugliese da anni milanesizzato e ormai in via di 'globalizzazione', dunque, con le corazzate Emit ed Emas, controlla a sua volta - attraverso una terza sigla, Italcogim (su cui ha puntato i riflettori l'antitrust di Giuseppe Tesauro) - il colosso Waste Italia. La poltrona di presidente di Waste è stata occupata per un paio d'anni da Paolo Togni, poi passato, nel 2001, a quella - non meno strategica - di capo di gabinetto al ministero dell'Ambiente, retto da Altero Matteoli di An. Conflitto (d'interessi) che viene, conflitto che va: e Togni, oggi più che mai, è vice presidente di Sogin, la società condotta dal generale Carlo Jean che sta facendo man bassa di appalti pubblici sul fronte energetico (dal nucleare fino agli impianti di Cdr), sia su incarico governativo che regionale (in prima fila proprio la Regione Campania alle prese, fra l'altro, con il bubbone di Acerra).Acqua, sempre acqua, fortissimamente acqua. Per il gruppo Pisante la sete non ha mai fine. Ecco allora far capolino il maxi affare dell'acquedotto pugliese, da anni in via di privatizzazione: 20 mila chilometri di rete, per fornire a 4 milioni di abitanti 310 mila metri cubi di acqua all'anno. Il più grande acquedotto d'Europa, assicurano gli esperti, con 2000 addetti. Gestito fino ad oggi dalla Acquedotto pugliese (la prima società idrica in Italia, la terza nel mondo), se lo contendono oggi l'Acea di Roma, la multinazionale francese Vivendi e l'altro big transalpino, la Lyonnaise des eaux: secondo i bookmakers, è proprio quest'ultima la favorita, soprattutto perché ha un asso nella manica, "l'uomo della Lyonnaise in Italia", ossia Ottavio Pisante. Occorrerà la benedizione di Massimo D'Alema per condurre in porto l'operazione: e i Pisante - come ha documentato Marco Travaglio - anche su quel versante sono ben coperti. "Succederà come in Somalia - osserva un operatore del settore - si aggiudica la commessa Lyonnaise, che poi smista il 50 per cento e passa al gruppo Pisante. La musica si ripete, all'estero e in Italia". Anni fa l'acquedotto pugliese stava per finire ad Enel Hydro, la punta di diamante dell'ente elettrico in questo strategico settore. Poi la trattativa sfumò. Sono andate in porto, invece, altre due operazioni condotte in partnership con Vivendi: Acqua Latina e Sicilia Acque. Ma il colpo da novanta dovrebbe essere un altro, sempre con Enel Hydro come protagonista: nelle vesti, però, non di acquirenteŠ Circola infatti con sempre maggior insistenza negli ambienti del parastato (o meglio, fra le macerie che ne restano) l'ipotesi di una trattativa più che mai avviata per la vendita di Enel Hydro, nel giro di pochi mesi diventata un ramo secco, "una delle attività dell'Enel considerate non più strategiche dall'amministratore delegato della compagnia elettrica pubblica, Paolo Scaroni", come si legge in una nota. Altri miracoli del libero mercato. I pronostici vedono in pole position due formazioni: una, al solito, di marca francese, Veolia environment - emanazione della stessa holding Vivendi -, l'altro di marca nostrana, Emit, tanto per cambiare. Per la serie: l'Enel di Scaroni vende il ramo 'secco' (ma non è d'acqua che si tratta?) agli amici di una vita, Giuseppe e Ottavio Pisante. Ma - come dice Tony Renis, commentando il miracoloso arrivo di Celentano al festival - non è l'unico tesoro che ci resta, l'amicizia? La trama miliardaria di acque & rifiuti - spunta l'Opus Dei

IN PRINCIPIO FU L'AKROS
Dalla Somalia ai bubboni di casa nostra targati Federconsorzi e, oggi, Parmalat. Ci sono proprio tutti, i protagonisti dei crac. Riuniti all'ombra della potente Opus Dei. Ecco l'intreccio societario.
DI ANDREA CINQUEGRANI
Chi trova un amico trova un tesoro. Chi ne trova due, trova due tesori. Alla luce del sole, insieme, per fare opere di bene. Così capita ai fratelli Ottavio e Giuseppe Pisante, a Paolo Scaroni e ad uno dei big dell'Opus Dei in Italia, Gianmario Roveraro. I soldi e gli affari passano - hanno pensato - il cuore resta, gli affetti e l'amicizia valicano i secoli. E' proprio per aiutare il prossimo, i più deboli - in perfetto spirito opusdeista - che una dozzina d'anni fa, a fine '92, sboccia Humanitas. Per porre la prima pietra di un complesso ospedaliero da oltre 300 posti (valore 200 miliardi) nel popoloso, e bisognoso, hinterland milanese, in quel di Rozzano. A rimboccarsi le maniche, alcuni tra i più bei nomi della borghesia meneghina: dai Moratti ai Vender, dai Bracco ai Pisante, dai vertici Techint (Gianfelice Rocca, Paolo Scaroni) a Roveraro, a bordo della sua finanziaria a tutto campo, Akros. Rapporti comunque già consolidati, amicizie che reggono l'urto del tempo, l'usura degli anni. E, per ritemprarsi, hanno bisogno, a volte, di pensare al vile denaro. Agli sporchi miliardi. Alle spa. E' il caso di Acqua Holding, società per azioni nata esattamente trent'anni fa, nell'autunno '84, e che ancor oggi vede gemellati tre grandi amici: il sessantaduenne Giuseppe Pisante da San Severo, il cinquantottenne vicentino Paolo Scaroni e il cotaneo Gianmario Roveraro da Alberga (cui tengono compagnia Rocca, e altri amici del cuore, come Mario Fiore e Ettore Gotti Tedeschi). Una immobiliare come tante altre, 200 milioni di canonico capitale sociale, sede nella consueta via Tortona 33 a Milano (quartier generale della scuderia targata Emit), poi trasformatasi nella Acqua spa, una vera e propria corazzata del settore idrico. Cerchiamo allora di disegnare un sintetico profilo degli amici di casa Pisante. Partiamo dal rampante Scaroni, oggi numero uno del colosso Enel, in veste di amministratore delegato e direttore generale. Il suo nome comincia a far capolino nelle cronache giudiziarie di Mani pulite, proprio in occasione della maxi inchiesta del pm Vittorio Paraggio sull'affaire-cooperazione. A quel tempo - siamo del '94 - Scaroni è amministratore delegato di Techint. E' a quegli anni che risale l'ingresso di Techint nel gruppo Acqua, con l'acquisto del 25 per cento del pacchetto azionario. E' poi la volta della SIV, l'azienda leader del gruppo Efim per la lavorazione di vetro: la sua privatizzazione porta ad una spartizione fifty fifty tra Techint e il colosso inglese Pilkington Europe. Un esperto in vetro, Scaroni, visto che si era fatto le ossa, anni prima, alla multinazionale francese Saint Gobain, concorrente proprio di Pilkington in quel comparto: lui, il bocconiano Scaroni, ebbe la responsabilità delle attività del gruppo a livello mondiale. Una privatizzazione tira l'altra, ed ecco il dinamicissimo manager tuffarsi nelle avventure Italimpianti e Dalmine. Nel fittissimo curriculum - riportato oggi nel sito dell'Enel - figurano altre cariche da novanta: membro del 'supervisory board' del colosso ABN AMRO Bank, del cda di Bae Systems e di Alliance UniChem, la più ruspante presidenza dell'Unindustria di Venezia, quindi membro della giunta nazionale di Confindustria. "Un carriera che ricorda molto da vicino quella di Giancarlo Elia Valori", commentano in ambienti confindustriali. Dal sito Enel, comunque, si possono trarre diverso notizie utili. "Esaminando la Paolo Scaroni career ci si potrà rendere conto della realtà che sta dietro alle attività di Enel, dello sforzo umano necessario alla crescita di qualsiasi impresa". E poi, incredibile ma vero: "Date un'occhiata allo Scaroni curriculum e alle schede degli altri collaboratori: sono state incluse nel sito proprio per mostrare l'umanità che sta dietro le mosse del gruppo: la pagina Scaroni energia vi metterà a conoscenza proprio di questo: di come il direttore generale sia asceso al presente incarico e di tutte le sue imprese passate". Com'è umano lei, Signor Padrone!Un uomo dalle mille risorse, Scaroni. E dai mille hobby. Primo fra tutti, però, il pallone. Nell'arcipelago delle sue presenze societarie, infatti, spiccano due sigle. La prima é Cortina, srl da 2 miliardi e 400 milioni in vecchie lire di capitale sociale: al suo fianco nomi altisonanti dell'industria, come ad esempio Guido Maria Barilla, Andrea Riello e Giuseppe Gazzoni Frascara, il patron del Bologna calcio che con le sue recenti denunce sui bilanci dopati sta mettendo in crisi l'intero sistema pallonaio. Il cuore, però, resta sempre il cuore, ed ecco una piccola, ma significativa presenza, nell'azionariato di Calcio Milan spa. Forse per premiare la sua fedeltà ai colori rossoneri, il cavalier Berlusconi aveva pensato in un primo momento proprio a lui come super commissario di Alitalia: ha polso, ha ottimi rapporti internazionali, soprattutto in Inghilterra, poi è tifoso - ha pensato Sua Emittenza - è l'uomo giusto al posto giusto. Scaroni, però, ha preferito declinare il gentile invito. Perché lasciare la calda Enel - col suo smisurato retroterra di acquisizioni, dismissioni & appalti - per un'Alitalia in eterna turbolenza? E poi, i pensieri sono tanti. E anche le poltrone cui pensare, sono già tante: vice presidente di Andrea Merzario spa, Nuova Innocenti spa, Sadi spa e delle Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck spa (arieccole!), al vertice di Balzaretti Modiglioni spa, amministratore delegato di Find spa e della Fabbrica Pisana spa, consigliere di Fiscambi Leasing spa, Sind spa, Immobiliare Mirasole spa, Techosp spa, consigliere delegato di Find Finanziaria Industriale spa. Roba da capogiro.

TUTTI ALL'OPUS

Attraverso i nomi di Roveraro e di Gotti arriviamo ai santuari della Finanza. Del Potere Economico. E dell'Opus Dei.Partiamo da Roveraro, l'indiscusso regista delle prime imprese economico-finanziarie di Calisto Tanzi, il grande ispiratore dello sbarco del titolo Parmalat in Borsa. E il grande tessitore in una delle più grosse svendite della nostra storia pre-privatizzazioni, vale a dire l'affare Federconsorzi. "Quando scoppierà in tutta la sua portata - osserva un operatore di Borsa con trent'anni di esperienza - lo stesso crac Parmalat impallidirà. E ce ne sarà per tutti. Politici in prima fila". Quei politici che oggi, con le prime verbalizzazioni di Tanzi, cominciano a far capolino, tra versamenti a pro di riviste d'Area - è il caso di dirlo, come per la creatura del ministro dell'Agricoltura Gianni Alemanno, ignaro che il mittente dei circa 150 milioni di vecchie lire fosse mr. Collecchio - e contributi vari (pro Foglio di Giuliano Ferrara, pro Liberal di Ferdinando Adornato, mentre secondo 'o ministro Pomicino qualcuno - incassando da Tanzi - ha millantato il suo nome). La stampa tace, dei politici non si fa il nome: fuori dal coro il Libero di Vittorio Feltri. Siamo alla frutta.Torniamo a Roveraro. Il suo nome fa capolino in alcune cronache del 1999, quando viene sentito dalla commissione d'inchiesta (rieccone un'altraŠ.) che ha indagato sul dissesto Federconsorzi, presieduta da Melchiorre Cirami, divenuto celebre lo scorso anno, per via della famigerata legge che porta il suo nome. Venne interrogato, Roveraro, cinque anni fa, circa il suo ruolo strategico in quell'operazione, il ruolo svolto dalla sua Akros per elaborare il piano di 'salvataggio' della Federconsorzi, e fornire consulenza sui vari progetti, da 'Fiordaliso' ad 'Aquila': fra i protagonisti, all'inizio del 1991, l'allora premier Giulio Andreotti, il ministro dell'Agricoltura Giovanni Goria, Pellegrino Capaldo, atripaldese, ai vertici della Banca di Roma insieme a Cesare Geronzi, oggi al centro dell'affaire Parmalat (mentre i figli di Geronzi, Cragnotti e Tanzi sono soci nella Gea, ancora ci si interroga se il numero uno di Capitalia sia complice o vittimaŠ.). E proprio il 'piano Capaldo', alla fine, porterà all'operazione SGR, ovvero alla svendita di un patrimonio da almeno 7- 8 mila miliardi a un gruppo di ex-amici-creditori (sic), per un costo che di poco oltrepassa i mille miliardi! "Uno dei più colossali imbrogli ai danni dell'erario", commenta con amarezza Carmine Nardone, per anni in prima fila nel denunciare gli sperperi e le truffe nel settore agricolo, oggi presidente della Provincia di Benevento.Nella vicenda fa capolino la Finanziaria Centro Nord, creatura partorita da uno dei 'cavalieri bianchi' che hanno popolato le tormentate vicende economiche del nostro Paese, Giuseppe Gennari. Entrano in scena diversi vertici bancari, fra cui Carlo Zini, allora Banca Toscana poi al top del Monte Paschi, Giovanni Auletta Armenise per la Banca dell'Agricoltura, lo stesso Credito Italiano attraverso la controllata Bonifiche Siele. Insomma, un gigantesco puzzle. Nel quale, però, si intravede costantemente la figura di Gennari, poi di Roveraro, quindi di Tanzi. Ecco come sinteticamente viene ricostruito quello scenario nel volume Parmalat - la grande truffa, edito da Milano Finanza: "In passato padre padrone della Sige (braccio armato dell'Imi, unica reale antagonista di Mediobanca a metà degli anni '80), Roveraro in quegli anni era protagonista della finanza con la sua Akros. Fu Akros a prendere le redini dell'operazione. Entrò nella Finanziaria Centro Nord, rilevò direttamente il 5 per cento e offrì una sponda a Tanzi". E ancora: "Il 30 ottobre 1990 la FNC diventava Parmalat Finanziaria e l'obiettivo di Tanzi era raggiunto. La nuova Parmalat Finanziaria controllava il 70 per cento della Parmalat spa con un costo complessivo di 682 miliardi". "Braccio destro di Roveraro nel merchant banking era Ettore Gotti Tedeschi - prosegue la ricostruzione del dossier di Milano Finanza - vicino anche lui all'Opus Dei: nel 1993 divenne numero uno del Santander Central Hispano, una delle più potenti banche spagnole - e uno dei più forti azionisti del San Paolo Imi (che ha inglobato il Banco di Napoli, ndr). E proprio con il Santander Tanzi ebbe numerosi rapporti (su un conto del Santander sarebbe transitata una gran massa di denaro distratto dalle casse di Parmalat). E secondo indiscrezioni non confermate, per saldare questo legame con Gotti, Tanzi avrebbe costituito un circolo di preghiera legato all'Opus Dei, di cui avrebbe fatto parte anche Luciano Silingardi, commercialista di Tanzi e presidente della Fondazione Cassa di Parma". Insomma, un'Opus Dei perfettamente a proprio agio, tra gli affari del gruppo di Collecchio. Non a caso, alcuni cronisti siciliani ricordano le acrobazie dell'allora primo ministro Ciriaco De Mita - grande amico di Calisto - per candidare in Sicilia un pezzo grosso nome dell'Opus Dei, "addirittura un "numerario"", viene precisato. Non solo opusdeisti, ma anche gladiatori, s'intrecciano nelle storie dell'ex colosso di latte. Per favorire l'ingresso in Borsa, a fine anni ottanta, infatti, a fianco dell'onnipresente Roveraro troviamo l'altrettanto dinamico e ubiquo Mario Mutti. Un'altra storia, la sua, tutta agricoltura, finanza & affari. Nel suo pedigree, Polenghi Lombardo, poi Fedital (il braccio finanziario, guarda caso, della Federconsorzi), poi l'ingresso nella strategica Finanziaria Centro Nord (vero e proprio crocevia d'affari & misteri negli anni novanta), quindi il feeling con Mariotto Segni, poi con Berlusconi, il lavoro in Spagna per Telecinco (torna la terra di monsignor Escrivà de Balaguer). Per diversi anni, sia Roveraro che Mutti faranno parte dello staff di vertice di Parmalt Finanziaria: per la serie, la trasparenza è trasparenzaŠMutti, comunque, non disdegna anche le tecnologie. E in compagnia di Salvatore Randi, ex presidente di Italtel, rileva Italtel Sistemi: piccoli Abramovich crescono, anche nelle privatizzazioni di casa nostra. Nell'operazione, comunque, i due possono contare su un partner d'eccezione, il gruppo Gallo di Meliorbanca, finito di recente nell'occhio del ciclone per il crac Ambrosio da mille miliardi, per la serie "in culo alle banche". Italtel Sistemi, che può contare su un grosso portafoglio di commesse col gruppo telefonico nazionale allora guidato da Roberto Colaninno, si trasforma poi - dopo la fusione con l'altra sua creatura, Tecneudosia - in Tecnosistemi, sigla dove si registra la partecipazione del vecchio amico Tanzi con il 2,5 per cento. E Tecnosistemi farà parlare di sé, negli anni seguenti. Anche via telefono. Agli atti del processo per il disastro di Linate - il cui dibattimento è cominciato in questi giorni, ai primi di marzo - c'è una registrazione dove si parla di un contratto di fornitura a favore della società. L'interlocutore di Mutti - secondo indiscrezioni - sarebbe Sandro Gualano, l'ex amministratore delegato della società che gestisce lo scalo milanese, Enav. Al centro della conversazione, appunto, una commessa per Tecnosistemi, con l'obiettivo di rendere un favore 'politico' a Forza Italia, stella polare dello stesso Mutti.Alla ricerca del malloppo dopo il maxi crac Parmalat

IL TESORO IN NICARAGUA
La misteriosa vacanza natalizia con la consorte. Tutte le tappe, da Fatima a Quito. Dove Tanzi sarebbe andato a trovare un vecchio amico. Ma ecco un'altra versione, che ricostruisce l'incontro con Carlo Pellas, il finanziere al vertice della prima banca del Nicaragua. Tutte le manovre per la 'svendita' pilotata della Parmalat locale.
DI FURIO LO FORTE
Dov'è finito il tesoro di Calisto Tanzi? E' uno degli interrogativi-base per gli inquirenti che hanno sollevato il coperchio sul pentolone dove da mesi bolliva un crac annunciato. Ora che i buoi sono comodamente fuggiti dalle stalle, si dà - giustamente - la caccia al malloppo. Meglio tardi che mai.
TUTTO CASA E CHIESI
E per cominciare a capirci qualcosa - secondo gli 007 sguinzagliati da diverse procure italiane - bisogna cominciare dalla fine: e cioè dalla misteriosa vacanza-premio, da perfetto turista giapponese con tanto di tracolla per film e foto, che Tanzi si è concesso prima di Natale con la consorte Anita Chiesi, per festeggiare - si vede - lo scandalo che aveva ormai cominciato a montare da alcune settimane. Anche una giovane marmotta alle primissime armi sarebbe in grado di capire che quel viaggio è servito a qualcosa: a decidere le ultime strategie e soprattutto a tracciare la pista per il 'volo' del malloppo. Una settimana prenatalizia frenetica, quella della coppia da Collecchio. Prima tappa Lisbona, per ammirare le meraviglie della capitale lusitana e - non si sa mai - scoprire qualche fresco talento del Benefica da consigliare al team di Prandelli: li ospita Claudio Cattaneo, responsabile Parmalat in Spagna. Escursione d'obbligo a Fatima: un cattolico a tutto tondo come lui - tutto casa, chiesa e Chiesi - non può mancare all'appello: potrebbe mai giustificare un'eventuale 'dimenticanza' davanti agli amici da novanta targati Opus Dei? Da Lisbona, quindi, alla volta di Madrid, rapida visita e un occhio al Bernabeu. Poi in volo per il sud America, obiettivo Quito, la capitale dell'Equador, dove i coniugi rimangono per quattro giorni. A fare che? Turismo, relax e la compagnia di un vecchio amico, Franco Giugovaz, racconta Tanzi ai magistrati che lo hanno interrogato al rientro in Italia. Nessun incontro misterioso, niente missioni di lavoro, neanche una visita agli stabilimenti Parmalat in Equador, nemmeno il cellulare con sé (solo quella della moglie, precisa, ma tanto la linea non da quel paese non prende): insomma, un vero e proprio scout. Qualche piccolo errore, nella rilassante ricostruzione, l'ex patron del Parma lo commette: nel pedigree aziendale, infatti, esiste un Giugovaz, ma si chiama Ettore, un tempo manager alla Bonatti, l'azienda di costruzioni controllata dai Tanzi e molto attiva in Irpinia nel dopo terremoto e non solo (il top manager della Bonatti, Tedeschi, per alcuni anni è stato al timone dell'Avellino Calcio). L'amico Giugovaz - aggiunge nella sua verbalizzazione - si è occupato anche della progettazione del ponte di Guayaquil: forse per questo i coniugi hanno deciso di fare una bella gita, per ammirarne il pregevole design. I primi due giorni, comunque, li trascorrono proprio come due colombini, a girellare tra calles e supermercati (caso mai per sbirciare i prodotti Parmalat in bella esposizione) e tubare, nelle accoglienti stanze dell'hotel Akros. Anche qui, nessuna visita agli impianti di lavorazione del latte. "Nessun contatto, non è andato in nessuna banca, non ha organizzato nessuna cosa strana", minimizza il legale, Fabio Belloni, il quale aggiunge: "Che senso ha tirare in ballo il Centramerica, ma quando mai c'è stato! Le isole Cayman, poiŠ non so dove il tribunale tragga questi dati". Più certi di cosìŠNon convinti - e sarebbe proprio difficile credere alla favoletta - gli inquirenti. Dichiara a fine gennaio il pm di Parma Vincenzo Piccioni: "I contorni di questa gita non sono ancora chiari". Viene aggiunto nel dossier Parmalat - La grande truffa, edito da Milano Finanza: "In effetti ci sono altre cose da chiarire. Per esempio quel milione e mezzo di euro di fondi neri che Tanzi chiese al direttore finanziario Luciano Del Soldato, tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre 2003, per una misteriosa operazione da compiere di America latina. Soldi da accreditare, in parte, su un conto della società Keena International nv di Curacao, nelle Antille Olandesi. L'operazione poi saltò e i soldi vennero riportati in Italia, come ha svelato il contabile Claudio Pessina".Non è saltata, invece, un'altra maxi operazione - finora non salita agli onori delle cronache - con la quale passiamo ad un altro scenario, anch'esso fino ad oggi rimasto avvolto nel più totale mistero. Quello del Nicaragua, il paese centramericano su cui avrebbe puntato molte delle sue carte Calisto Tanzi. E proprio da quel paese sarebbe partito un grosso brasseur, Carlo Pellas, che avrebbe incontrato mr. Parmalat nel suo soggiorno a Quito. Lontano da occhi indiscreti. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di mettere insieme le tante tessere del mosaico.Comincia a fine anni novanta lo sbarco a Managua del gruppo di Collecchio. Cinque anni fa, infatti, Tanzi rileva la nicaraguese Perfecta e mette presto solide radici, fino a diventare in breve tempo l'azienda leader per la distribuzione di latte, con un fatturato da 55 milioni di dollari, una produzione annua di 65 milioni di litri e un ritmo di crescita vertiginoso: ad esempio, le cifre 2003 superano di oltre il 20 per cento quelle dell'anno precedente, con un vero e proprio balzo nell'export. La strategia del gruppo, infatti, è molto particolare: la metà del latte commercializzato in Nicaragua è in polvere, "oppure annacquato", secondo gli esperti. Come si giustificano, allora, i grossi investimenti - pari a circa 20 milioni di dollari annui - per comprare la materia prima dai produttori caseari? Proprio per puntare sull'export, visto che - secondo alcuni - grosse quantità di latte prendono la via del Salvador e dell'Honduras. "Contravvenendo in qualche modo a un accordo preso con le autorità, secondo cui Parmalat avrebbe dovuto in primo luogo soddisfare il fabbisogno interno, poi esportare". E invece, a quanto pare, il Nicaragua è costretto ad importare latte dal Costa Rica, marca Dos Pinos: e proprio in Costa Rica aveva cercato un altro sbarco mr. Tanzi, portando in dote il gran maestro caseario Maurizio Calderoni, prelevato dalla Locatelli e transitato per la Parmalat Nicaragua. L'affare, però, non si concluse, "perché la Parmalat - notano alcuni osservatori locali - non dava sufficienti garanzie etico-professionali". Che fiutoŠ Le autorità, allora. Sempre ottimi i rapporti tra i vertici dell'establishment politico e finanziario nicaraguense con il portabandiera della corazzata italiana da Collecchio, Aldo Camorani, fedelissimo di don Calisto fin dai tempi di Odeon Tv, la creatura dell'etere che - secondo i progetti di Ciriaco De Mita - avrebbe potuto mettere in crisi le antenne di Sua Emittenza. Si è visto. Grande il feeling col presidente del Nicaragua di quegli anni, Arnoldo Aleman: al punto che il gruppo parmense viene visto come la Provvidenza, avendo deciso di salvare dal crac uno dei principali istituti di credito locali. Il Banco Nicaraguese de Industria e Commercio, più noto in zona come Banic.Peccato che sul filo di lana l'operazione non vada in porto, perché Aleman viene arrestato per riciclaggio: condannato a 20 anni, Aleman si sta godendo i domiciliari nella sua immensa tenuta el Chile e proprio in questi giorni il parlamento sta pensando bene di concedergli l'amnistia.

CON BOLANOS SI VOLA

No problem, comunque, col successore, Enriche Bolanos, già vice presidente e uomo ombra di Aleman. Il grande sponsor di Bolanos - e finanziatore delle sue faraoniche campagne elettorali - si chiama Carlo Pellas, origini italiane e al vertice, del più grande istituto di credito, il Banco de America Central, per gli amici BAC. Fra i principali interessi della famiglia Pellas, le distillerie di Flor de Cana, il rum, e la più imponente si trova a Cuba. Uno fra i presidenti più pagati delle Americhe del centrosud, Bolanos: si parla di circa 20 mila dollari al mese (il salario medio è di 70), comunque un 'risparmio' per il paese, visto che Aleman avrebbe racimolato, nella sua carriera politica, la bellezza di 200 milioni di dollari. La stampa di opposizione accusa Bolanos di nepotismo, perché, secondo alcune recenti stime, una quarantina di parenti lavorano nello staff di governo, mentre gli altri (parenti) occupano posizioni strategiche nell'apparato economico-finanziario (come un nipote, direttore della Nestlè Nicaragua). Ma torniamo ai Collechio boys, e alle ultime acrobatiche vicende. Dopo i primi clamori dall'Italia, Camorani si affretta a gettare acqua sul fuoco: "Parmalat Nicaragua è molto tranquilla, noi siamo indipendenti da Parmalat Italia. Io - precisa - ho un mandato molto ampio, ho potere decisionale sulla Parmalat Nicaragua. Certo, informo l'Italia, ma niente più". Ottimo pompiere anche l'ambasciatore italiano a Managua, Maurizio Fratini: "La Parmalat Nicaragua è solida, non ha debiti, è produttiva e dà utili che si stanno reinvestendo nell'impresa. Da qui non si è preso denaro". Ai primi di febbraio, invece, il botto. Il Banco de America Central e la Tower Bank de Panama (tra i più grossi azionisti, Fidel Castro e famiglia) chiedono il sequestro preventivo delle azioni Parmalat Nicaragua per un debito di circa 2 milioni di dollari. Ma com'è possibile?, sono un po' in tutti a chiedersi. La situazione non era sotto controllo come sbandierato da Camorani e dal nostro ambasciatore? Cade dalle nuvole anche il ministro dell'Industria e del Commercio, Mario Arana: "Come è possibile pensare ad uno stato d'insolvenza per un'azienda che fattura 55 milioni di dollari all'anno?". Eppure, un giudice l'ha concesso, il sequestro. I tempi della 'procedura' sono molto stretti: se non si ripiana il debito, sarà vendita (o svendita) al migliore offerente.

SALDO MORTALE

Cerchiamo di svelare il mistero. E' lo stesso Arana a fornire, giorni dopo, le prime spiegazioni. Il 5 novembre - precisa il ministro - Camorani ha ricevuto una telefonata da Tanzi che lo pregava di trasferire 5 milioni di dollari. Camorani ammette: "Tanzi mi ha ordinato telefonicamente di inviargli, per il giorno dopo, 5 milioni di dollari. Ho dovuto ubbidire". Eppure, era un manager autonomo e indipendenteŠ Cosa fa a quel punto Camorani? "Non prende i 5 milioni di dollari dai fondi della solida Parmalat Nicaragua, ma chiede un prestito al Bac e alla Tower Bank, che lo concedono - miracoli della finanza - in un battibaleno, meno di 24 ore", spiegano in ambienti economici di Managua. Dove poi siano finiti i soldi, su quale conto, e con quali modalità, non è dato sapere. Certo è che - dopo le prime avvisaglie del crac in Italia - le due banche chiedono il rientro immediato: non certo i tre anni previsti per qualsiasi prestito di quel tipo, ma ad horas, visti i conti di Parmalat Italia. A questo punto, si scatena l'asta. Si fanno avanti svariati gruppi, che già pregustano l'affarone, il maxi saldo. In pole position, guarda caso, l'immancabile BAC - un creditore, del resto, non può poi essere l'acquirente privilegiato? - , poi la Nestlé (rappresentata da Bolanos junior), quindi l'industria leader dei gelati Eskimo, proprietà del siciliano Mario Salvo; quindi Agricorp e Familia Cohen.

LO SCAMBIO

E ora torniamo al viaggio natalizio in Ecuador. Ecco il perché di quella strana vacanza nella ricostruzione di un diplomatico italiano che per anni ha frequentato Managua e la spiegazione delle 'strategia estera' di Tanzi: "Faccio il suo ragionamento: alcune cose, negli ultimi anni, non sono andate come dovevano, ma ho ancora qualche amico. Fortunamente ho aperto Parmalat Nicaragua. Ho uomini fidati lì, stanno portando avanti il lavoro come si deve. E' la mia ancora di salvezza, l'ho creata per questo. Ecco l'idea. Un do ut des, uno scambio: io vi lascio la Parmalat Nicaragua e voi i soldi e la protezione. Parmalat Nicaragua è in attivo e solida, devo creare un buco. Nessun problema. Poi, per prendere gli accordi conclusivi? Devo contattarli di persona, però non posso andare proprio in Nicaragua. Troppo evidente, non posso scoprire la mia Itaca. Allora vado in Equador, lì mi può tranquillamente raggiungere Carlo Pellas con il suo nuovo jet privato da 22 milioni di dollari. Quando scoppia lo scandalo, magistratura e giornali si precipiteranno a cercare il mio tesoro in quei paesi e io guadagno tempo: il tempo che servirà ai miei amici per prendere la Parmalat Nicaragua. Io intanto, se dovesse capitare il peggio, dirò qualcosa, solo quello che posso dire senza rischiare di finire come Calvi, ma, cosa più importante, cercherò di far sì che ciò che capita in Nicaragua non si sappia". E aggiunge: "Non dimenticate che Roberto Calvi era di casa, qui. E qui faceva transitare le sue più grosse operazioni di riciclaggio. Era arrivato a controllare interi pezzi del sistema bancario locale. In Nicaragua, poi, ha sede l'importante, e pericolosa, loggia massonica di Andorra, tra i cui confratelli spicca l'italo-nicaraguense Robelo". Un piccolo Berlusconi formato Nicaragua, Alvaro Robelo, ex ambasciatore del Nicaragua in Vaticano, il cui nome fa capolino nell'inchiesta Telekom Serbia, capace di fondare un movimento dal nome "Arriba Nicaragua", ossia Forza Nicaragua. Col quale tentare la scalata al potere. Peccato che, all'ultimo minuto, gli avversari cavarono dal cilindro l'escamotage con cui non farlo partecipare alle elezioni: perché era uno straniero (italiano, nella fattispecie). Conclude il diplomatico: "Ci sono molti italiani, in Nicaragua. Molti politici italiani hanno investito qui per riciclare i loro soldi. E la gran parte di questi flussi finanziari passano attraverso il BAC". Ovvero la mega "lavanderia" della famiglia Pellas. In origine, Pella.Provenienza italiana, of course.

martedì, agosto 15, 2006

Roveraro : ..... e Parmalat


Il nuovo miracolo italiano

Trasformare il latte in niente. Nel Paese che ha depenalizzato il falso in bilancio per risolvere i guai giudiziari di Berlusconi, scoppia uno dei più gravi scandali della finanza globale. Ecco che cosa Ë successo nel caso Parmalat. Ecco chi non ha voluto vedere.
(di Luca Andrei)


Di Calisto Tanzi si sapeva che la Parmalat era sua. E basta. Mai una volta, per dire, che un paparazzo lo avesse immortalato in posa plastica al timone di un superyacht. E il cavalier Calisto non era neppure il tipo che amava collezionare opere d’arte o ville in Sardegna. Una squadra di pallone, quella sì, ce l’aveva, il Parma calcio. Allo stadio, però, si faceva vedere raramente e in tribuna d’onore non sfoggiava mai quell’aria tronfia di altri suoi colleghi presidenti. Il signor Tanzi era mister Parmalat. E viceversa. Il grande pubblico, quello che nulla sa di alchimie di bilancio e battaglie finanziarie, vedeva quel signore dalla faccia triste incorniciata da pochi capelli bianchi e pensava: «Lui si che ha lavorato sodo. Venuto su dal niente e adesso possiede un impero». Certo, si sapeva della vecchia amicizia di Tanzi con l’ex segretario della Democrazia cristiana, Ciriaco De Mita. Si conoscevano le sue frequentazioni con le gerarchie ecclesiastiche. Si parlava della sua vicinanza agli ambienti dell’Opus Dei. E anche, giusto per arrivare ai politici dei tempi nostri, dei suoi legami con il ministro Pietro Lunardi. Nell’immaginario collettivo, però, il fondatore della Parmalat restava il prototipo dell’uomo che si è fatto da solo. Una specie di Silvio Berlusconi, ma senza la boria, la prosopopea, i modi da piazzista del presidente del Consiglio.

Nella sua città, poi, il re del latte era un mito, un intoccabile. La Gazzetta di Parma, un giornale che si picca di dare ai suoi lettori «un’informazione a 360 gradi», ci ha messo molte settimane prima di concedere l’onore della prima pagina alla crisi dell’azienda più importante, con Barilla, della zona. E, intanto, titoli su titoli per lo sport locale o gli incidenti stradali. D’altronde bisogna capirli, i parmigiani. Calisto era un gran benefattore. Se c’era da restaurare un monumento, da finanziare una mostra, da sostenere un ente morale, lui era lì, portafoglio alla mano. Ed erano miliardi di vecchie lire, mica un’elemosina. Tutto casa, chiesa e azienda, il signor Tanzi. Una moglie, Anita Chiesi, Titti per gli intimi, che viene da una famiglia di industriali farmaceutici. E due figli dalla faccia pulita e simpatica. Stefano che guidava il Parma calcio. E Francesca che si occupava delle attività turistiche comprate dal papà. Marchi importanti: Sestante, Comitour, Going, giusto per citare i più conosciuti.

Pallone e viaggi. «Due giocattolini», scherzava la gente. Vai a pensare che i due rampolli dall’aria gentile stavano seduti anche loro su montagne di debiti e di perdite. Del resto, adesso, tutti dicono che non vedevano, non sapevano, non si immaginavano. E a scusarsi, con le mani aperte e gli occhi sgranati, non sono soltanto i buoni padri di famiglia di Parma e dintorni, quelli che ogni domenica incontravano Calisto alla messa della domenica in cattedrale. No, no, a giurare che non si erano accorti di nulla, che proprio non avevano notato nessun indizio della catastrofe imminente, si fanno avanti anche i banchieri, i manager, gli amministratori, i revisori, gli avvocati. Tutta gente che per anni e anni ha fatto affari con la Superparmalat, la multinazionale con il turbo, vanto e orgoglio del made in Italy.

Prendiamo le banche: nomi altisonanti della finanza anglosassone come Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America. Tanzi bussava e loro aprivano la porta. Serve un prestito? Volete piazzare obbligazioni per centinaia di milioni di euro sui mercati internazionali? Cercate una sponda per montare un’operazione in strumenti derivati? «Niente paura, siamo qui per questo», rispondevano i banchieri. Sempre così, fin dalla metà degli anni Novanta. E nessuno ha mai capito nulla. Vien da dire che si fidavano sulla parola, che compravano a scatola chiusa. Eppure, ogni azienda che chiede un fido di solito viene passata al setaccio. Conti, contratti, bilanci: per la Parmalat sempre tutto in regola. Anzi, meglio, il latte grondava profitti.

TONNA IL DURO. A trattare con le banche andava raramente il cavalier Calisto in persona. Tutti i poteri, in questo campo, erano nelle mani di Fausto Tonna, un ragioniere entrato in azienda 30 anni fa, poco più che ventenne. «Vietato l’ingresso agli ambulanti e ai rompicoglioni», recitava una targa sulla porta del suo ufficio. Tipo tosto, il Tonna. Lui, i banchieri, li prendeva letteralmente a pesci in faccia. «L’operazione è questa, prendere o lasciare. Se rinunciate vi sostituisco in cinque minuti». Era questo il copione classico messo in scena dal cassiere capo della Parmalat. E i manager degli istituti di credito, pur di non perdere le ricchissime commissioni legate a un prestito obbligazionario, abbassavano il capo. Affare fatto. Così, con la fattiva collaborazione della banche, Tanzi, Tonna e compagni hanno potuto letteralmente invadere il mercato con i bond targati Parmalat. In totale 7 miliardi di euro, che fanno quasi 14 miliardi di vecchie lire (N.d.R. piccola svista: 14.000 miliardi di vecchie lire!). Li hanno comprati tutti. I fondi d’investimento e le compagnie d’assicurazione, i grandi speculatori internazionali e le vecchine della porta accanto. Con l’unica, sostanziale differenza, che i professionisti della Borsa, fiutata la truffa, hanno mollato la presa con settimane, a volte mesi d’anticipo. Il parco buoi, invece, cioè i comuni risparmiatori, sono rimasti con il cerino in mano e le obbligazioni in portafoglio a veder crollare il castello di carte messo in piedi dal cavalier Calisto.

D’altronde, come non fidarsi. I bilanci del colosso di Parma avevano il marchio doc. Amministratori, collegio sindacale e revisori garantivano: tutto a posto. Eppure, a ben guardare, quei conti forse meritavano un po’ più di attenzione. La società aveva le casse piene di liquidità, eppure continuava a indebitarsi. Fatte le debite proporzioni è come se il signor Rossi, con un conto in banca da 500 mila euro, progettasse di comprarsi una casa che ne costa 200 mila. Elementare Watson: il signor Rossi pagherà in contanti. E invece no: il signor Rossi chiede un mutuo di 200 mila euro e tiene i suoi soldi in banca dove gli rendono poco o niente. Per anni la Parmalat si è comportata esattamente così. Spendeva, faceva debiti e teneva le casse gonfie di denaro contante. Qualche banchiere, ogni tanto, si faceva coraggio e chiedeva rispettosamente spiegazioni a Tonna. Il quale, a muso duro, rispondeva: «Sono fatti nostri». Discorso chiuso. È capitato anche che gli analisti finanziari, nel corso delle periodiche presentazioni pubbliche della società, abbiano fatto notare che i conti non erano proprio il massimo della trasparenza, che forse era opportuno fornire maggiori informazioni agli investitori. Risposta di Tonna: «I bilanci sono in regola». Come no? Tre giorni prima di Natale, interrogato per 12 ore filate dai magistrati di Milano, l’ex potente, l’ex arrogante, l’ex Io-so-tutto Tonna ha anche spiegato come facevano a far quadrare i conti. Semplice, semplicissimo: si inventavano le poste attive. Nel senso che fabbricavano titoli ed estratti conto. Anche con lo scanner. Roba che neanche i pataccari dei bassifondi napoletani.

Logico allora che la Sec, l’ente di controllo sulla Borsa americana, abbia definito il crac Parmalat «una delle frodi più sfacciate della storia della finanza». Sfacciata? Può darsi. I revisori di bilancio, però, contabili occhiuti che non perdono occasione per rivendicare la loro professionalità, per anni e anni non hanno mai mancato di dare luce verde a questi conti taroccati. Caso lampante di negligenza, o c’è dell’altro? Dalle indagini della magistratura è emerso un sospetto ancora più grave. I manager della Grant Thornton, la società di revisione che esaminava quasi la metà del gruppo Parmalat, non solo avrebbero chiuso tutti e due gli occhi di fronte alle irregolarità di bilancio, ma avrebbero anche fornito una sorta di consulenza sul modo di aggiustare meglio i conti. Insomma, le guardie che danno una mano ai ladri. Questa, almeno, è la versione dei fatti fornita ai magistrati da alcuni dei collaboratori di Tonna. Nessuno sospettava, nessuno domandava, nessuno controllava. Adesso il fidato cassiere di Tanzi è finito in carcere, insieme al suo principale e ad altri tre contabili dell’azienda. Con lui anche due revisori della Grant Thronton.

1989, IL PRIMO CRAC. 2001, LA CESSIONE BUFFA.

Fine ingloriosa di quella che sembrava un success story, per dirla all’inglese, con pochi precedenti nell’industria agroalimentare. Un campanello d’allarme, per la verità, era già suonato una quindicina d’anni fa. A forza di crescere il cavalier Calisto aveva perso il conto dei debiti, che stavano per portarlo dritto dritto al fallimento. Per di più, lui che si intendeva solo di latte, aveva avuto la bella pensata di mettersi a produrre anche le merendine, i biscotti, i succhi di frutta, i sughi. Risultato: un mare di perdite. Senza contare che per compiacere il suo sponsor politico Ciriaco de Mita si era avventurato anche nel settore televisivo, creando Odeon tv, con una qualche ambizione di fare concorrenza alla Fininvest di Berlusconi. Progetti folli, che finirono per mettere in pericolo la sopravvivenza del gruppo.

Niente paura. In soccorso di Tanzi si attivò la finanza cattolica. Dapprima scese in campo Giuseppe Gennari, un uomo d’affari del tipo mordi e fuggi, svelto e abile in Borsa. Fu varata una complicata operazione che doveva portare all’alleanza tra la Finanziaria Centro-Nord di Gennari con la Parmalat. Tutto bene, ma ancora non bastava. Serviva molto più denaro. Un aumento di capitale da 600 miliardi di lire. Fu allora che scese in campo Gianmario Roveraro, patron della banca d’affari Akros, un finanziere bianco latte che non ha mai fatto mistero del suo impegno nell’Opus Dei. Roveraro nel 1990 pilotò la quotazione in Borsa della Parmalat, che coincise con l’uscita di scena di Gennari. Nel frattempo le banche avevano aperto il portafoglio. Tanzi, che rischiava il fallimento, fu salvato da un prestito pronta cassa di 120 miliardi di lire. E a gestire l’operazione fu il Monte dei Paschi di Siena, gigante del credito allora guidato dal democristiano Carlo Zini.

Fu così che, dimenticati gli affanni e i debiti, il cavalier Calisto riuscì a ripartire alla grande. Anno dopo anno, acquisizione dopo acquisizione, la Parmalat si è trasformata da media azienda agroalimentare in un colosso internazionale. Era sbarcata in Sudamerica. In Brasile e Venezuela i marchi del cavalier Calisto sono conosciutissimi. Poi negli Stati Uniti, in Canada, in Messico. Nell’emisfero opposto il gruppo emiliano aveva piantato le insegne in Sudafrica e in Australia. In Italia Tanzi era diventato così forte da sfiorare il predominio assoluto di mercato. Tanto che l’Antitrust era intervenuta per imporgli la vendita di alcuni marchi. Anche qui non tutto è filato liscio. Per comprare le aziende cedute su ordine dell’Antitrust sono spuntati degli investitori americani. Un paio di loro con nomi molto italiani: Anthony Buffa, Lou Caiola e, infine, Steven White. Dal 2001 fino a pochi mesi fa questi tre signori si sono passati il testimone, subentrando l’uno all’altro nel controllo di marchi molto conosciuti come Giglio, Matese, Sole, Carnini. Peccato che nessuno di loro avesse una esperienza consolidata nel settore lattiero caseario. Erano dei semplici investitori finanziari, peraltro del tutto sconosciuti anche negli Stati Uniti. Logico allora che adesso ci sia chi sospetta che Buffa e compagni siano dei semplici prestanome del signor Calisto, che proprio non voleva saperne di staccare il piede dall’acceleratore.

Una corsa a perdifiato, la sua. Nel 1990 Parmalat fatturava 569 milioni di euro. Cinque anni dopo era arrivata a 2,2 miliardi. Nel 2000 l’azienda di Parma celebrava trionfalmente quota 7 miliardi di euro, per la precisione 7,3. Ancora l’anno scorso, nonostante le difficoltà dovute alla crisi del mercato sudamericano, il giro d’affari si è attestato a quota 7,5 miliardi di euro. Bravi, bravissimi. Peccato che buona parte delle società comprate in giro per il mondo perdesse soldi a rotta di collo. E per tappare i buchi Tonna faceva ricorso alla finanza creativa. Cioè alla sistematica falsificazione dei bilanci. Ogni anno, all’assemblea dei soci, si stappava champagne per festeggiare i nuovi importanti traguardi raggiunti. I revisori approvavano. I giornali applaudivano. E Tanzi festeggiava. Fino alle ultime, concitate puntate: la vicenda dello strano fondo Epicurum, la comparsa del misterioso finanziere Luigi Antonio Manieri che per salvare il gruppo promette miliardi forse inesistenti, la fuga di Tanzi a Fatima e in altri più terrestri paradisi, infine il crollo e la cella.

LA SQUADRA.

Al fianco di Tanzi, schierato compatto, c’era il resto del consiglio di amministrazione. Una truppa assai composita. C’era la famiglia: il figlio Stefano, il fratello Giovanni, la nipote Paola Visconti. I manager della finanza: oltre a Tonna, anche Alberto Ferraris e Luciano Del Soldato. L’ex mago del marketing Domenico Barili, sconfitto proprio da Tonna in un’aspra lotta di potere interna al gruppo. E fin qui erano tutti uomini legati a doppio filo al grande capo. Difficile aspettarsi da loro controlli incisivi. In quel consiglio, però, c’erano anche personalità estranee alla gestione operativa dell’azienda. Almeno sulla carta. Per esempio Paolo Sciumé, uno dei più conosciuti avvocati d’affari milanesi, cattolico tutto d’un pezzo, proprio come Tanzi. Una poltrona era andata anche a Luciano Silingardi, commercialista, banchiere, presidente della Fondazione Cassa di Parma, un professionista che frequentava il signor Calisto almeno da una quarantina d’anni. Si erano conosciuti sui banchi del liceo. Poi mister Parmalat era diventato cliente dell’amico commercialista, che nel suo studio curava contabilità e fisco delle finanziarie di Tanzi e famiglia. Pochi giorni prima che scoppiasse lo scandalo, quando già i venti di bufera soffiavano forti, Silingardi ha abbandonato la barca: dimissioni irrevocabili. Adesso insieme a tutti gli altri amministratori, anche il potente banchiere di Parma dovrà rispondere di fronte ai magistrati di tanti anni di mancati controlli.

E allora, a questo punto, è importante sapere che lo stesso Silingardi è legato a filo doppio anche all’uomo che quelle indagini è chiamato a dirigerle: il procuratore capo di Parma, Giovanni Panebianco. È una brutta storia di raccomandazioni e di favori. Di un imprenditore amico del magistrato che ottiene dalla Cassa di Parma guidata da Silingardi fidi per miliardi di lire senza fornire garanzie. «Sono fatti estranei alla vicenda Parmalat», ha chiuso il discorso il procuratore. Difficile dire, però, che le sue parole abbiano riportato la serenità negli ambienti giudiziari.

Del resto anche a Roma stanno facendo del loro meglio per inquinare un clima già pieno di veleni. Al ministro dell’Economia Giulio Tremonti non deve essere sembrato vero di poter cavalcare anche lo scandalo Parmalat nella sua crociata contro il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Non è solo una questione personale, anche se i due personaggi si detestano cordialmente. In ballo ci sono gli assetti di potere nella finanza e nell’economia italiana. Il centrodestra, Forza Italia e Lega in testa, mal sopporta le Authority indipendenti. E allora, dagli a Fazio, con il solito contorno di fughe di notizie sui giornali. In sostanza, secondo Tremonti, Bankitalia è colpevole di omessa vigilanza sul gruppo di Tanzi.

LA POLITICA E GLI (OMESSI) CONTROLLI.

Poco importa che la competenza su bilanci e atti societari delle società quotate in Borsa è attribuita dalla legge alla Consob, che si è mossa soltanto a partire dalla scorsa estate. E ancora alla commissione presieduta da Lamberto Cardia (e fino alla primavera scorsa da Luigi Spaventa) spetterebbe il controllo sulle attività di revisione. È vero, il campanello d’allarme per Fazio sarebbe dovuto suonare per l’enorme quantità di bond collocati dalla multinazionale di Parma. Ma quelle obbligazioni, si difendono alla Banca d’Italia, erano formalmente emesse da finanziarie di Parmalat costituite all’estero e inoltre erano riservate agli investitori istituzionali. Toccava alla Consob, ancora una volta, controllare che non venisse svolta un’attività di collocamento pubblico espressamente vietata per quel tipo di bond.
Tremonti però non ci sente. «Noi avevamo avvisato per tempo la Banca d’Italia delle difficoltà di Parmalat», non si stancano di ripetere i solerti portavoce del ministero dell’Economia. Di questo passo, tra accuse, sospetti e veleni vari, ci resta una sola certezza: serve una riforma urgente del sistema dei controlli sulle società. Il caso Cirio e, adesso, il colossale crac della Parmalat hanno dimostrato che gli sceriffi dei mercati finanziari, in primo luogo la Consob, vanno dotati di armi molto più efficienti. E soprattutto vanno incrementate le pene, anche pecuniarie, per chi non rispetta le regole. Gli amministratori della banca Bipop, al centro tra il 2001 e il 2002 di un caso eclatante di cattiva gestione, hanno subito un’ammenda, su proposta di Banca d’Italia, pari a 20 mila euro. Ridicola.

Negli Stati Uniti, dopo il dissesto Enron, è stata varata in gran fretta una nuova legge che punisce in modo severissimo gli amministratori infedeli, i manager truffatori, i revisori complici. In Italia invece l’unica riforma recente di una qualche importanza in campo societario ha di fatto depenalizzato il falso in bilancio, accorciando i termini di prescrizione e privando i pubblici ministeri di importanti mezzi d’indagine come le intercettazioni telefoniche. E chi ha varato questo lungimirante provvedimento legislativo? Il governo di centrodestra, quello di Berlusconi (a cui serviva per azzerare i suoi processi) e di Tremonti, lo stesso ministro che adesso si straccia le vesti invocando maggiori controlli.

Diario, 9 gennaio 2004

Il Lattaio, il Giudice e il Mammasantissima

Gennaio 2004.
Il triangolo di potere nella cittý della Parmalat. Il banchiere Luciano Silingardi, il procuratore Giovanni Panebianco, l'imprenditore Antonino Rizzone

di Gianni Barbacetto

«Chiamare dottor Tanzi oggi alle ore 15». È un appunto manoscritto su carta intestata del dottor Giovanni Panebianco, procuratore della Repubblica di Parma. Il capo della procura e il padrone della Parmalat si conoscevano: e come potrebbe essere altrimenti, in una piccola città come Parma? Più strano è il luogo dove quell’appunto è stato trovato: nella cassaforte di un imprenditore di nome Antonino Rizzone. Un imprenditore speciale: amico e socio di mafiosi siciliani. Chissà se qualcuno si ricorderà di quel biglietto, oggi che a Parma è scoppiato il più grande dei suoi scandali, con Calisto Tanzi in galera, la Parmalat in fallimento e anche il procuratore Panebianco sotto inchiesta.
Quell’appunto è stato sequestrato dalla polizia a Montecatini Terme, il 9 ottobre 2001, insieme a tanto altro materiale: ritagli del Giornale di Sicilia e del Corriere della sera, documenti della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza, carte bollate che attestano prestiti milionari, atti di compravendita immobiliare, planimetrie... E tanti biglietti che riguardano magistrati. Tra questi, un appunto su cui è scritto: «Panebianco...»; poi un paio di telegrammi inviati da Rizzone a Giuseppe Gennaro, alla procura di Catania; un altro telegramma di congratulazioni inviato il 16 marzo 2001 a Tindari Baglione, della procura di Pistoia; un biglietto di saluto inviato a Rizzone in data 11 agosto 1994 e intestato «Proc. generale della Repubblica di Messina»; un biglietto con scritto a mano «Dr. Gambino Proc. Rep. Patti, Messina»; un telegramma inviato da Rizzone al giudice Carlo Bellito, della Corte d’appello di Messina; copia della domanda di trasferimento da Nicosia ad altra sede del giudice Massimo Maione; il documento di nomina a magistrato di Cassazione del sostituto procuratore di Parma Francesco Brancaccio, con lettera di trasmissione alla Corte d’appello di Bologna firmata da Panebianco; un foglio con scritto, a mano, «Dr. Mario Persiani, Cassazione Roma»; una lettera del presidente del Tribunale di Parma Lanfranco Mossini. Nella cassaforte dell’imprenditore molto speciale c’erano anche sei fotografie, tra cui quella di Panebianco. C’erano molti biglietti con numeri di telefono, tra cui uno di «Pane». Uno strano archivio, per un siciliano che ha fatto fortuna a Montecatini. Ma chi è davvero Antonino Rizzone? Non è un imprenditore qualsiasi. Siciliano, nasce nel 1939 a Nicosia, in provincia di Enna. Nei primi anni Settanta a Nicosia gestisce una bottega di alimentari, poi tenta di impiantare un bar.
Ma nel 1975 cambia vita: si trasferisce dalla Sicilia a Montecatini Terme e diventa rapidamente un imprenditore di successo. Soldi non ne ha (è figlio d’agricoltori e a Nicosia non aveva trovato neppure i capitali per pagare la ristutturazione del bar), grandi studi non ne ha fatti (ha solo la licenza elementare), eppure deve avere delle doti nascoste, perché appena arivato in Toscana compra un alberghetto dal nome che gli ricorda casa («Pensione Trinacria») e avvia una folgorante carriera. Comincia a comprare, insieme ad alcuni soci, immobili commerciali e terreni. Certo, i suoi soci hanno nomi che per chi conosce le cose siciliane vogliono dire Cosa nostra: Paolo Francesco Alamia, Rocco Remo Morgana, i fratelli Berna Nasca... Il gruppo di spezza negli anni Novanta: per disaccordi sugli affari, ma anche per l’uscita di scena di Morgana, arrestato per traffico di droga. Eppure l’ascesa di Rizzone non s’interrompe, anzi: si lega al gruppo Giambra, altra combriccola di personaggi in odore di mafia, definita in un’aula di giustizia «associazione per delinquere» specializzata in bancarotte e truffe alle banche. Il metodo del gruppo è collaudato: fabbrica falsi documenti a proposito di inesistenti progetti d’espansione immobiliari, li avvalora con ottime sponsorizzazioni da parte di persone importanti dentro e fuori le banche e infine li presenta alla Cassa di risparmio di Parma e Piacenza, che scuce un mucchio di soldi. La «persona importante» che sponsorizza Rizzone è davvero molto in vista: è Giovanni Panebianco, nato a Catania nel 1932, procuratore della Repubblica prima a Nicosia, poi a Massa, infine a Parma. Panebianco è ben inserito nella buona società parmense. Conosce tutta la gente che conta. Ma è soprattutto buon amico del commercialista di Tanzi, Luciano Silingardi, in quegli anni presidente della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza. È una raccomandazione del magistrato a convincere il banchiere, in mancanza di altre garanzie, a concedere fidi miliardari all’amico Rizzone.
L ’AMICO DEGLI AMICI DI COSA NOSTRA.
A metà degli anni Novanta, Rizzone è proprietario, nella sola Montecatini, della Pensione Trinacria, dell’Hotel Florio, di un paio d’appartamenti, di un negozio di calzature, di una discoteca. È gestore dell’Albergo Londra. E in precedenza era stato titolare della Pensione Savoia, dell’Albergo Touring, nonché nientemeno che dell’Amaro Montecatini... I carabinieri di Pistoia, Montecatini, Pisa e Mistretta, però, non sono affatto convinti delle sue capacità imprenditoriali e lo segnalano come persona «legata a cosche mafiose» e «vicina ai corleonesi»: proprio per le sue amicizie e alleanze d’affari con Alamia, che fu uomo di Vito Ciancimino, con Antonino Berna Nasca, più volte implicato in indagini di mafia, con Rocco Morgana, pluripregiudicato siciliano, con Sebastiano Augello, appartenente alla cosca catanese di Nitto Santapaola.Non basta. Dopo le stragi di mafia del 1993, gli affari dei siciliani in Toscana sono passati al setaccio dalla Direzione investigativa antimafia di Firenze che indaga sull’attentato di via dei Georgofili. Ebbene, Rizzone è uno dei personaggi che sono messi sotto controllo. Con esiti non entusiasmanti per il suo buon nome: «È organico ai corleonesi», scrive in una relazione il commissariato di polizia di Montecatini. E per i corleonesi ha svolto funzioni d’ambasciatore, avviando rapporti con il clan camorristico dei Galasso, con i quali ha messo a punto la compravendita del Kursaal di Montecatini. Ma Rizzone ha ottimi contatti con alcuni magistrati e vanta buoni rapporti anche con la politica.La Direzione investigativa antimafia, comunque, nelle sue indagini per strage di Firenze redige una scheda relativa a Rizzone e non può fare a meno di rilevare «la frequentazione tra questi e il dottor Giovanni Panebianco, procuratore della Repubblica di Parma e in procuratore presso la procura di Massa». Parma e Massa: proprio le zone in cui «Rizzone ha effettuato investimenti immobiliari, con società a lui riferibili, che avevano attirato, per modalità d’acquisizione o per cointeresse con personaggi legati alla criminalità organizzata, l’attenzione investigativa di più forze di polizia».«I rapporti tra Rizzone Antonino e il dottor Panebianco», scrive la polizia in un rapporto, «sono senz’altro di stretta amicizia personale». Dunque, l’ineffabile dottor Panebianco è amico di un uomo che appartiene a quell’ambiente che tra il 1992 e il 1993 ha realizzato le stragi in cui sono morti, tra gli altri, due suoi colleghi magistrati di nome Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Panebianco è amico, sponsor, presentatore e sostenitore di Antonino Rizzone, di cui «evidenzia la buone qualità» di fronte ad amici potenti. Come Luciano Silingardi, appunto, il commercialista di Tanzi, per tanti anni grande manovratore della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza.

IL TRIANGOLO DEI POTERI.

È un vero triangolo degli affari quello tra il Banchiere, il Magistrato e l’Imprenditore. Panebianco raccomanda caldamente Rizzone presso Silingardi, Silingardi finanzia generosamente Rizzone. Le sue società (la Top, la Albatros, l’Immobiliare Colombo) ricevono dalla Cariparma un fiume di miliardi. Per operazioni inesistenti, o fallimentari. E Panebianco, che cosa riceve da Rizzone, in cambio delle sue preziosissime «raccomandazioni»? Sono stati individuati soldi che girano tra il procuratore e l’imprenditore. E complicati affari immobiliari in Sicilia, storie di terreni, di agrumeti. I giudici di Firenze hanno trovato almeno una traccia visibile: 80 milioni di lire che passano da Rizzone a Panebianco. E vorrebbero capire perché: il sostituto procuratore fiorentino Pietro Suchan è convinto che si tratti del prezzo di una corruzione in atti giudiziari (come quella, tanto per intenderci, che è costata al giudice di Roma Renato Squillante una doppia condanna in primo grado). Per il resto, gran parte dei comportamenti del procuratore Panebianco, del bamchiere Silingardi, dell’imprenditore Rizzone, benché moralmente censurabili e inammissibili (soprattutto per un alto magistrato), sfuggiranno alla giustizia: è passato troppo tempo dai fatti e la prescrizione azzererà tutto (a meno che il giudice delle indagini preliminari non aggravi le contestazioni).A leggere le spiegazioni di Panebianco, interrogato da Suchan, vengono i brividi. Ma sì, ammette l’ineffabile procuratore, conoscevo Rizzone. Visite, incontri, perfino un capodanno insieme, a Montecatini: «Mi ha invitato a fare il capodanno là, che lui organizzava, e io sono andato con la famiglia». Ma Rizzone è un amico, una persona per bene, un galantuomo. Ha fatto i soldi grazie a un’eredità ricevuta da una coppia di coniugi, due nobili palermitani senza figli che gli volevano bene. Una persona così a modo che sono in rapporti con lui – e qui partono i primi siluri – anche magistrati di rilievo: come Giuseppe Gennaro, sostituto procuratore a Catania ed ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati; come Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta e oggi direttore delle carceri italiane, essendo al vertice del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria. «Premetto: il Rizzone è molto amico del dottor Tinebra... In un’altra occasione è venuto Tinebra, quand’era procuratore di Caltanissetta, con la scorta... E alloggiava da lui... S’incontrano periodicamente, s’incontrano spesso a Roma, almeno a detta del Rizzone. Poi una volta è venuto nell’albergo di Montecatini e io sono stato là per incontrarlo». Anzi: è proprio Tinebra a presentare Rizzone a Panebianco: «Il dottor Tinebra, che era mio unico sostituto a Nicosia, con cui ancora intrattengo rapporti di amicizia... mi presentò casualmente questo Rizzone Antonino». Erano i primi anni Ottanta, Panebianco era procuratore di Nicosia, Tinebra il suo giovane sostituto.Poi, altri siluri. Panebianco, durante il suo interrogatorio, si rivolge direttamente a Suchan: «Mi scusi, mi aiuti lei... che questo Rizzone è amico di tanti magistrati di Firenze, lo sa lei?». Poi fa un piccolo elenco di giudici: Carlo Bellitto, Tindari Baglione, Massimo Maione. E Mario Persiano, della Cassazione... Per il resto, Panebianco dimostra di non avere neppure l’idea di come si dovrebbe comportare un magistrato. Falcone non frequentava i salotti palermitani per non trovarsi in cattiva compagnia, Panebianco incontra tranquillamente la buona società parmense. Con il costruttore Paolo Pizzarotti, già imputato di Mani pulite, ha avuto complicati rapporti economici che gli sono costati un’inchiesta, poi finita con un’archiviazione. Ai vertici della Parmalat telefonava per ottenere qualche piccolo favore: «Pietro Tanzi, il cugino di Calisto... Sì, lo conosco, mi rivolgo spesso a lui per avere qualche biglietto dello stadio, quando c’è la partita... Ricorro sempre a lui per avere i biglietti allo stadio quando ci sono amici...». Ecco dunque spiegato il biglietto trovato nella cassaforte di Rizzone: il Tanzi citato è Pietro, non Calisto, giura Panebianco. È ora chiaro come la procura di Parma vegliasse sulla correttezza della Parmalat e con quali credenziali morali oggi la indaghi.Ma che ci faceva il biglietto di Panebianco nella cassaforte di Rizzone? Mistero. E perché il procuratore doveva telefonare a Tanzi? Lo spiega Rizzone: «Io Calisto Tanzi l’ho conosciuto indipendentemente dall’intervento del dottor Panebianco... Panebianco intendeva farmi conoscere il cugino di Tanzi, Pietro Tanzi, in relazione all’intermediazione per la compravendita di un castello vicino a Parma». Su questo punto Panebianco, nel suo interrogatorio, balbetta: i panni del mediatore d’affari per l’acquisto di castelli padani sembrano troppo stretti perfino a lui. Forse Rizzone in quella cassaforte aveva la sua assicurazione per la vita: difendetemi, voi toghe, altrimenti vi trascino tutti con me. Nella stessa busta dell’appunto su Tanzi, i poliziotti trovano un biglietto da visita: di Francesco Giuffredi, della Parmalat. «Non lo conosco», giura Panebianco. In un’altra busta trovano la raccomandazione di Panebianco per il suo sostituto, l’uomo forte della procura di Parma, Franco Brancaccio, per altre vicende sotto inchiesta ad Ancona. E qui la spiegazione del procuratore ha dell’incredibile: «Il dottor Brancaccio mi aveva espresso il desiderio... no, l’intenzione, di trasferirsi a Roma, in un incarico speciale: forse una commissione antimafia, una commissione parlamentare... E allora io parlai al telefono con Gianni Tinebra». Chissà perché a Tinebra: che potere ha di influire sulle carriere dei colleghi? Comunque sia, Panebianco decide di fare una copia «del rapporto per illustrare la figura del Brancaccio» per mandarla a Tinebra. Ma invece di spedirgliela per posta, o via fax, la consegna a Rizzone. Dice a Brancaccio: «Sai, Franco, la possiamo dare a Rizzone che s’incontra periodicamente con Tinebra...». Rizzone, interrogato separatamente, canta un’altra canzone: «Dovevamo andare insieme a Roma, poi Panebianco se l’è dimenticata da me...». Suchan insiste con Rizzone: «Ma poteva lei caldeggiare questa nomina? Conosce qualcuno al Consiglio superiore della magistratura?». Rizzone minimizza: «No, a questi livelli non ci sono...».

ZANICHELLI AVEVA RAGIONE.

E la lettera del presidente del tribunale di Parma, Lanfranco Mossini, che cosa ci faceva nella cassaforte di Rizzone? «Non so spiegare come mai si trovasse a casa mia», risponde sobriamente l’imprenditore. Ma poi c’è Silingardi, il Gran Banchiere: «Lui è molto... devoto, diciamo devoto alla magistratura», dichiara Panebianco nel suo interrogatorio a Suchan. Perché «vittima» di un pugno di persone (Gian Luca Zanichelli, Luigi Derlindati, Luigi Grossi) che in assoluta solitudine, per anni, hanno denunciato le ingiustizie che ritenevano di aver subito dal Gran Banchiere. Denuncie naturalmente sempre prontamente respinte dalla magistratura parmense. Ricambiata dalla «devozione» di Silingardi. Quanto ai rapporti con l’Imprenditore, il Magistrato taglia corto: «Io ho solo garantito che il Rizzone Antonino è persona onesta, è solvibile, solvibile, corretta eccetera...» (Panebianco meriterebbe una candidatura alla Consob, o all’Antimafia, chissà). Poi, un altro siluro: «Ma guardi, non so se sono stato io a presentare Rizzone a Silingardi o Rizzone a presentare Silingardi a me... tanta era la cordialità dei rapporti tra il Rizzone e Silingardi». Collusione ambientale: era davvero irresistibile, a Parma. Tanto che un dipendente della Cariparma, tal Dalla Valle, per fare carriera si rivolge al procuratore, che conferma: «Sì, mi chiese di intercedere con il presidente Silingardi per una promozione a funzionario». Normale. Questa è Parma, la sua classe dirigente, il suo clima. Questa è la procura che indaga sul crac più grave della sua storia.
Diario, 9 gennaio 2004

Toghe sporche alla parmigiana
Novembre 2003.
Chiesto il rinvio a giudizio per il procuratore e per il suo amico banchiereParma, come una imperturbabile Twin Peaks, continua la sua vita. Del comitato d’affari che la occupa, e delle sue toghe sporche, non sa nulla, o forse non vuol sapere. Diario ne ha scritto sul numero del 10 maggio 2002 (e quell’inchiesta è ancora disponibile sul suo sito www.diario.it).

Ha raccontato di intrighi e gruppi di potere, scandali sotterranei e giochi finanziari pericolosi, maldicenze e ricatti incrociati. Il tutto, tra sotterranee solidarietà massoniche e nel silenzio di un’informazione narcotizzata. Ora stanno arrivando al traguardo due indagini svolte altrove, a Firenze, ad Ancona. E un magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio di un intoccabile, il procuratore della Repubblica di Parma Giovanni Panebianco.È accusato di una lunga serie di comportamenti inaccettabili per un magistrato. Aveva convinto un altro intoccabile della città, il banchiere Luciano Silingardi – ieri presidente della Cariparma e oggi presidente della Fondazione Cariparma – a concedere fidi miliardari ad aziende controllate da Antonino Rizzone, un imprenditore siciliano amico e conterraneo del procuratore. Oggi quelle aziende beneficate dal tocco magico del procuratore sono state acquisite (almeno apparentemente) dal gruppo Giambra, definito in un’aula di giustizia "associazione per delinquere" specializzata in bancarotte e truffe alle banche. Sono anche stati individuati soldi che girano tra il procuratore e l’imprenditore. E complicati affari immobiliari in Sicilia.Non solo: durante le indagini svolte dalla sezione criminalità organizzata della polizia di Firenze, sono emerse "molteplici notizie sulle frequentazioni in Toscana di personaggi siciliani tra i quali spicca tale Berna Nasca Antonino". Lo sfondo è cupo. Il Triangolo (il Procuratore, il Banchiere, l’Imprenditore) ha messo a segno, secondo l’accusa, innoque "raccomandazioni" ma anche qualche più sostanziosa "appropriazione indebita di fondi bancari". E nel 1998 da questo gioco pericoloso è spuntata una coppia di spioni che, su mandato di Silingardi, ha cominciato a pedinare, intercettare, fotografare mezza Parma, ex dipendenti della banca, clienti, politici, imprenditori, giornalisti (tra questi, l’allora inviato del Corriere della sera Maurizio Chierici, oggi commentatore dell’Unità). Ad Ancona, per altri fatti, è indagato anche il sostituto procuratore di Parma Francesco Brancaccio. Sembrava una storia di provincia, nella Parma abituata a scandali grassi, con protagoniste donne coma Tamara Baroni o Katarina Miroslava. O a Dinasty all’italiana, come la storia dell’eredità di Pietro Barilla. Oppure a gialli misteriosi, come la scomparsa nel nulla della famiglia Carretta. Oggi, mentre i poteri locali (i Tanzi della Parmalat, i Barilla, i Pizzarotti, i Bormioli) lottano contro la decadenza, un giudice di Firenze sarà chiamato a decidere la sorte del Triangolo e dei suoi affari.Gran parte dei comportamenti del procuratore Panebianco, del bamchiere Silingardi, dell’imprenditore Rizzone, benché censurabili e inammissibili (soprattutto per un alto magistrato), sfuggiranno alla giustizia. Secondo il pubblico ministero di Firenze Pietro Suchan, quei comportamenti, laddove sono reato, sono ormai coperti dalla prescrizione. Resistono all’erosione del tempo (a meno che il giudice delle indagini preliminari non allarghi le contestazioni) soltanto alcuni fatti, il più grave dei quali è il versamento di 80 milioni di lire (almeno) passati da Rizzone all’amico Panebianco, in cambio dei fidi miliardari Cariparma ottenuti grazie alla parolina detta dal procuratore all’orecchio di Silingardi. L’ipotesi di reato più grave è corruzione in atti giudiziari (come quella che a Milano ha fatto condannare il giudice Squillante): toghe sporche alla parmigiana.Diario, 28 novembre 2003

Grossa grana (padana) Maggio 2003

L'inchiesta di Diario su una città ricca che cova grandi scandali

A Parma si può arrivare come si arriva in una cittadina di provincia ricca e tranquilla, dove si vive bene e si mangia meglio. E si può partire con l’impressione di essere stati invece dentro un romanzo di Chandler, o di Ellroy, con intrighi e gruppi di potere a impunità garantita. Scandali sotterranei, giochi finanziari pericolosi, maldicenze, ricatti incrociati. Il tutto, nel silenzio di un’informazione narcotizzata. C’è il Banchiere che apre o chiude a piacere il rubinetto dei soldi. Il Giudice che non vede, non sente, non parla. Lo Spione che mette sotto controllo illegale mezza città. L’Industriale che fa più pubblicità che soldi, e che riceve a casa la visita del Grande Politico. Il Giornalista che non scrive una riga del verminaio che vede muoversi attorno. Insomma, un bel comitato d’affari che domina incontrastato e inossidabile sulla placida cittadina. I giudici di tre o quattro città d’Italia hanno cominciato a mettere il naso nelle intricate vicende parmensi e sono finiti sotto inchiesta perfino due magistrati, il procuratore della Repubblica di Parma Giovanni Panebianco (indagato per corruzione a Firenze) e il sostituto Francesco Brancaccio (indagato ad Ancona). In attesa di un romanziere che sappia raccontare questa nostrana Twin Peaks del potere, ecco alcune storie da Parma, che si avvia pacifica e soddisfatta verso le elezioni amministrative.
IL BANCHIERE E I SUOI NEMICI.
Un tempo, qui, gli scandali erano più grassi. C’era sempre di mezzo una donna, da Tamara Baroni a Katarina Miroslava. C’era aria di Beautiful, come nella storia dell’eredità di Pietro Barilla. C’erano vicende destinate a lasciare aperti dubbi e misteri, come la scomparsa nel nulla della famiglia Carretta. C’erano – e ci sono ancora – tanti soldi, nella cittadina dei Tanzi, dei Barilla, dei Pizzarotti, dei Bormioli e dei mille padroncini. Ma oggi la formula sembra cambiata: meno sesso, più potere.Luciano Silingardi del potere è la sublimazione, poiché occupa il luogo in cui gli affari diventano denaro e il denaro si trasforma in potere: a lungo presidente della Cassa di risparmio di Parma e Piacenza (Cariparma), oggi presiede la Fondazione Cariparma. Nel suo piccolo, è un precursore: era in una situazione di conflitto d’interessi quando non era ancora di moda. Era infatti il banchiere da cui dipendevano i finanziamenti di Calisto Tanzi (il signor Parmalat), ma contemporaneamente era anche suo consulente e commercialista. Ora Cariparma è stata comprata da Banca Intesa Bci. Ma le storie del passato continuano a disturbare i sonni di Silingardi. La più imbarazzante è quella dei rapporti con Giancarlo Braccini, agli arresti dal marzo 2001, con l’accusa di aver spiato mezza città.Tutto è cominciato nel 1996, quando un funzionario di Cariparma, Gianluca Zanichelli, responsabile dell’ufficio fidi dell’area emiliana, si insospettisce per i prestiti che la banca aveva generosamente concesso a due società, la Top (amministrata da uno sconosciuto signore di Enna) e la Immobiliare Colombo (garantita da una ottuagenaria signora emiliana). Le due società fanno perdere alla banca alcuni miliardi: «I finanziamenti», racconta Zanichelli, «erano stati concessi su “favorevole riferimento” del procuratore Panebianco». Dopo le prime scoperte a Parma, Zanichelli viene mandato alla sede di Roma di Cariparma. Ma anche nella capitale scopre fidi facili e mutui su case mai costruite. «Qui è un disastro, mandate un’ispezione», comunica alla sede centrale. L’ispezione non arriva e Zanichelli, invece di lavare i panni sporchi in casa, accetta di raccontare tutto quel che ha visto alla polizia di Roma. Intanto è richiamato a Parma dove, dopo qualche tempo, gli assegnano una scrivania vuota e lo pagano per non lavorare. Silingardi, in verità, la racconta diversamente: «Zanichelli fu emarginato perché concesse fidi per tre miliardi e mezzo a un imprenditore che poi fallì, provocando forti perdite alla banca». Comunque sia, dopo l’emarginazione Zanichelli inizia una sua personale guerra contro la banca, che va ad aggiungersi a quella di altri parmigiani in lotta contro Silingardi, ciascuno con i suoi personali motivi: l’ex industriale Luigi Derlindati, l’ex cassiere Luigi Grossi, il giornalista Vittorio Martello... Nel 1998, tutti questi e molti altri ancora (tra cui politici come il leghista Pierluigi Petrini e l’ulivista Albino Ganapini, oltre all’inviato del Corriere Maurizio Chierici) si trovano spiati, pedinati, intercettati, fotografati da una coppia di spioni: Saverio Torino e Giancarlo Braccini. Il primo lavora per Cariparma, ufficialmente assoldato per garantire la sicurezza di Silingardi. Il secondo non compare a libro paga, ma è l’uomo forte della coppia: Torino gli gira una bella fetta dei compensi (pagati dalla banca sotto la voce «bonifiche ambientali»); non solo, Silingardi gli fa concedere dalla banca affidamenti per oltre 300 milioni. È un personaggio in città, Braccini: si veste da 007, occhiali scuri, sigaro in bocca, è un informatore della polizia, spregiudicato ma ben introdotto con il questore e il capo della squadra mobile. È un appassionato di misteri: dalla scomparsa dei Caretta al mostro di Loch Ness (dice di possederne una fotografia, che va ad esibire al Maurizio Costanzo Show).Alla coppia, Silingardi conferisce un mandato preciso nei confronti dei suoi nemici, espresso con una sola parola: «Distruggeteli». Ma dopo aver compiuto tanti «lavori sporchi» ed essere stati scoperti, Braccini e Torino vengono scaricati dalla banca. Chiedono a Silingardi soldi, tanti soldi. Un po’ (un centinaio di milioni) ne ottengono, ma non si accontentano: minacciano, chiedono alcuni miliardi. Silingardi resiste. E Braccini, proprio con lo pseudonimo 007, comincia a firmare una serie di articoli su un improvvisato settimanale, il Giornale di Parma: esagerazioni e bugie mescolate con impronunciabili verità, veleni, messaggi trasversali, ricatti. Contro la banca di Silingardi, accusato di aver gestito il passaggio a Banca Intesa, nel 1998, arricchendo gli «amici» e danneggiando i piccoli azionisti. Ma anche contro la giunta comunale di centrodestra del sindaco Elvio Ubaldi, che non ha assegnato appalti al costruttore Armando Dall’Asta, guarda caso finanziatore del settimanale. Nel marzo 2001 il gioco si interrompe: Braccini è arrestato, Dall’Asta finisce in manette, il Giornale chiude. Viene messa sotto indagine anche una giornalista di Parma, Rossella Canadé, colpevole di aver raccontato sull’Espresso la storia degli spioni. Ed è indagato anche Zanichelli: per aver passato a Braccini documenti della banca (tra questi, gli estratti conto dei magistrati Panebianco e Brancaccio e quelli dell’allora prefetto di Parma, Giuseppe Mazzitello). Zanichelli glieli aveva forniti credendo di ricevere aiuto per incastrare i vertici di Cariparma, che continua a ritenere scorretti. Braccini, maestro del doppio gioco, li utilizzava invece per dimostrare proprio a quei vertici la propria efficienza e la necessità di continuare il suo «lavoro», illegale ma ben pagato. Renzo Cesari, condirettore generale di Cariparma, ammette davanti ai magistrati: Braccini avanzava «singolari pretese», minacciava che la documentazione raccolta avrebbe potuto «prendere strade diverse», la banca temeva che gli estratti conto del prefetto Mazzitello potessero essere utilizzati «in maniera molto sconveniente per la banca».

GIUSTIZIA ALLA PARMIGIANA.

Ora l’attenzione è puntata sugli uomini delle istituzioni. Il procuratore Panebianco ha ricevuto un avviso di garanzia inviato dalla Procura di Firenze e ha avuto addirittura l’abitazione perquisita nella notte. Il sostituto procuratore Brancaccio è invece indagato ad Ancona. Eppure nessuno ha osato scrivere queste notizie, tanto meno la Gazzetta di Parma, il quotidiano dell’Unione industriali che ha il monopolio dell’informazione locale e mai oserebbe pubblicare una sola parola che non sia di lode per i potenti della città, banchieri, giudici e imprenditori. Sotto la lente degli investigatori i rapporti tra i magistrati di Parma e i vertici della banca, gli intrecci tra affari e giustizia. È vero quanto sostiene Zanichelli, e cioè che la banca ha concesso ad aziende fidi (in perdita) su raccomandazione di Panebianco? È vero che Brancaccio ha ottenuto dalla banca uno scoperto di conto corrente di 300 milioni? Difficile distinguere, a Parma, tra veleni, vendette e verità. Sono mille, qui, le storie di soldi e affari e potere. Certo è che la Banca d’Italia, dopo un’ispezione durata otto mesi, a cavallo tra il 1997 e il 1998, ha accertato che Cariparma concedeva fidi facili, «superando i limiti prudenziali» e determinando «diffuse irregolarità». Tra le società citate a questo proposito nella relazione finale di Bankitalia vi sono la Top, l’Immobiliare Colombo, la Parmacotto.Marco Rosi, il signor Parmacotto, grande investitore in pubblicità sulle reti di Berlusconi, oggi è presidente dell’Unione industriali di Parma. Più del fatturato, fa pesare l’immagine che ha saputo costruire e gli ottimi rapporti che ha stretto (con Marcello Dell’Utri, ex numero uno di Publitalia; con Giancarlo Elia Valori, parmigiano d’adozione; con Silvio Berlusconi, che nel novembre scorso ha ricevuto nella sua casa di Parma). In passato, un professionista di Roma aveva sporto una denuncia alla polizia perché – sosteneva – due funzionari di Cariparma gli avevano chiesto di emettere fatture false nei confronti di società di Parma, tra cui la Parmacotto, per permettere la formazione di fondi neri. Ma la vicenda si è poi chiusa con il pagamento al professionista da parte della banca di una transazione miliardaria.Sono finiti i tempi in cui la destra, all’opposizione, faceva le pulci ai potenti locali. Ancora nel 1997 Francesco Storace, allora deputato di An, aveva rivolto un’interrogazione parlamentare sui rapporti tra il costruttore Paolo Pizzarotti, indagato per Tangentopoli, e i magistrati di Parma, in cui segnalava «strane frequentazioni di magistrati inquirenti e giudicanti» e sosteneva che «il pubblico ministero dei processi in corso è abituale frequentatore della casa del dottor Pizzarotti». Oggi una cappa di silenzio si è chiusa sul potere di Parma. Restano soltanto i ricatti e i veleni di qualche personaggio spregiudicato e le voci controcorrente di qualche disperato, come l’ex cassiere Luigi Grossi, licenziato dalla banca, che ogni tanto sale sul Duomo di Milano per gridare la sua rabbia contro il comitato d’affari.

Diario, maggio 2003